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Gli Editoriali de L'Unione Sarda

Il prezzo che paghiamo – di Bruno Mingardi

today6 Marzo 2026 5

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L’analisi del 6 Marzo 2026 – Il prezzo che paghiamo

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    Il prezzo che paghiamo – di Bruno Mingardi Radiolina

 

Da quando gli americani e gli israeliani hanno lanciato l’«Operazione Epic Fury» contro l’Iran, il prezzo del Brent è cresciuto circa del 10%, portandosi oltre gli 80 dollari al barile, sui massimi da diversi mesi.

I prezzi del gas naturale in Europa sono schizzati verso l’alto e non si sono ancora stabilizzati del tutto, nonostante Donald Trump abbia assicurato che gli americani scorteranno le navi di passaggio per lo Stretto di Hormuz, fra l’Iran e l’Oman.

Di lì ogni giorno transitano circa 20 milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi, pari a circa un quinto del consumo globale, nonché circa un quinto del gas naturale liquefatto scambiato in tutto il mondo.

La reazione dei mercati è stata più contenuta del previsto, cosa che diversi osservatori hanno giudicato sorprendente. Le Borse in Europa hanno pagato pegno più di Wall Street, per motivi ovvi: gli Stati Uniti sono sostanzialmente indipendenti dal punto di vista energetico, l’Europa no.

Il prezzo dei prodotti energetici e dei loro derivati ha conseguenze a cascata, dal momento che condiziona non solo i trasporti ma la stessa produzione.

Se guardiamo all’andamento dei singoli titoli azionari, le imprese della difesa sono andate bene: in un mondo così instabile c’è da fare affari con la guerra, mentre hanno perso i titoli delle compagnie aeree, in parte perché gli scontri hanno un impatto sull’agibilità delle rotte, sulla propensione delle persone a viaggiare e perché la profittabilità di quelle aziende è condizionata dal prezzo dei carburanti.

L’oro ha guadagnato circa il 2% lunedì, superando brevemente i 5.400 dollari l’oncia. L’incertezza spinge gli investitori verso il più classico dei beni rifugio. Quello che dovrebbe essere il suo equivalente virtuale, Bitcoin, è prima sceso e poi risalito: il prezzo resta più basso che un mese fa ma più elevato rispetto a una settimana fa.

Dal punto di vista della politica monetaria, dopo l’attacco in Iran ci si aspetta che le banche centrali siano più prudenti nel ridurre i tassi. Per le ragioni ricordate poc’anzi, il rincaro dei prodotti energetici può causarne altri. In generale, gli ultimi anni ci hanno abituati a una sorprendente nonchalance dei mercati in momenti come questo.

Da una parte, le guerre restano lontane dai Paesi ricchi e dai maggiori centri economico-finanziari. I mercati si sono abituati all’intervento delle banche centrali che inondano i Paesi di liquidità. D’altro canto, gli ingranaggi della globalizzazione non si sono fermati, e lo stile politico di Donald Trump fa sembrare ogni decisione senza precedenti, anche se in realtà non è così distante da quella dei predecessori. Gli interventi in Iran e Venezuela segnalano ai Paesi allineati con Pechino che la Cina non può proteggerli come un alleato tradizionale. Un mondo con una sola potenza egemone non è necessariamente giusto ma rassicura gli attori economici.

Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”

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