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La nuova mobilitazione dei pastori sardi spiegata facile Radiolina
Pastori sardi di nuovo in mobilitazione per una crisi che, secondo la categoria, è sempre più difficile da sostenere. A pesare sono diversi fattori. Ci sono il prezzo del latte ovino, l’aumento dei costi di produzione e il caro carburante. A questi si aggiungono le emergenze sanitarie che colpiscono gli allevamenti dell’Isola. A rilanciare l’allarme è Nenneddu Sanna, pastore e portavoce della mobilitazione.
Secondo Sanna, la situazione è persino peggiore rispetto a quella che portò alla grande protesta del 2019. Al centro delle preoccupazioni c’è soprattutto il prezzo del latte. Attualmente l’acconto è di circa 1,40 euro al litro. Per gli allevatori, però, la soglia minima per non lavorare in perdita è di 1,50 euro al litro.
Una differenza di pochi centesimi può diventare pesante per un’azienda. Il conto cresce infatti con i quantitativi prodotti e lungo tutta la stagione. A pesare sono anche i costi delle aziende agricole. Mangimi, carburante e spese di gestione sono aumentati negli ultimi anni. Nel frattempo, il valore riconosciuto alla produzione è sceso. Il rischio, denunciano i pastori, è che mantenere aperto un allevamento diventi sempre più difficile.

Il prezzo del latte è uno dei nodi principali della protesta. Sanna indica in 1,40 euro al litro l’acconto attualmente riconosciuto agli allevatori. Rispetto allo scorso anno, la perdita riguarda sia l’acconto sia il successivo conguaglio. Il problema, però, non è limitato all’ultima annata. Secondo la categoria, il prezzo del latte ha subito un calo progressivo negli ultimi anni. Una situazione che ha ridotto ulteriormente i margini degli allevatori.
Un altro elemento riguarda il prezzo del Pecorino Romano. Secondo i dati citati da Sanna, si è passati da valori intorno ai 14 euro agli attuali 10,50 euro circa indicati dal CLAL. I pastori temono che il calo del valore del formaggio possa avere conseguenze anche sul prezzo del latte.
La soglia indicata dagli allevatori resta quindi 1,50 euro al litro. A 1,40 euro, spiegano, diventa difficile coprire i costi e programmare nuovi investimenti. Gli aumenti accumulati dopo la pandemia e durante le successive crisi internazionali hanno ridotto ancora di più la capacità delle aziende di assorbire nuove perdite.
La situazione sta già producendo conseguenze concrete. Nel paese di Sanna, secondo quanto riferito, quattro allevamenti di pecore hanno chiuso definitivamente. Si tratta di circa mille capi complessivamente scomparsi dal circuito produttivo locale. Per i pastori è un segnale preciso. La crisi non riguarda più soltanto la redditività. È in gioco la sopravvivenza stessa di alcune aziende.
Alla crisi del prezzo del latte si aggiungono le emergenze sanitarie. In particolare, il blocco della movimentazione degli animali rappresenta uno dei problemi più pesanti per le aziende. Secondo quanto denunciato dai pastori, le restrizioni potrebbero protrarsi fino a febbraio.
Il problema non riguarda solo gli animali che non possono essere spostati. Tenere vitelli e bovini in azienda significa continuare a sostenere i costi di alimentazione e gestione. Nel frattempo, l’attività non può essere organizzata normalmente.
Sul fronte sanitario c’è anche la lingua blu, con nuovi focolai segnalati in Sardegna. La categoria chiede interventi più incisivi anche a livello europeo. Tra le richieste c’è anche una revisione della classificazione delle malattie. Secondo i pastori sardi, l’attuale sistema può portare al ripetersi di blocchi alla movimentazione e abbattimenti.
Il problema riguarda quindi sia i danni diretti sia quelli indiretti. Da una parte ci sono gli animali colpiti o abbattuti. Dall’altra ci sono i costi provocati dalle restrizioni. Un animale fermo in azienda continua infatti a generare spese. L’allevatore, allo stesso tempo, perde la possibilità di organizzare normalmente il proprio lavoro.
Un’altra voce sempre più pesante è il costo del gasolio agricolo. Sanna cita l’esempio di un pieno da circa 200 litri per un trattore. Secondo quanto riferito, oggi lo stesso rifornimento costa circa 160 euro in più rispetto al passato.
Un pieno può garantire diverse ore di lavoro. Il costo del carburante resta però una voce importante nei bilanci delle aziende agricole. Il problema riguarda tutta la struttura dei costi. Mangimi, carburante, gestione degli animali e altre spese aziendali si sommano. Il prezzo riconosciuto per il latte, secondo i pastori, non è sufficiente a garantire una remunerazione adeguata.
Da qui arriva la richiesta di un confronto più ampio. I pastori vogliono mettere attorno allo stesso tavolo trasformatori, cooperative, consorzi di tutela e assessorati regionali all’Agricoltura e alla Sanità. L’obiettivo è affrontare i problemi della filiera e individuare responsabilità e soluzioni. Tra le richieste c’è anche quella di verificare la provenienza e la destinazione del latte importato in Sardegna.
Sanna precisa che, sulla base delle fatture che dichiara di aver visto, il latte proveniente dalla Francia non sarebbe necessariamente acquistato a un prezzo inferiore rispetto a quello riconosciuto ai produttori sardi. Per questo, la richiesta riguarda soprattutto controlli e trasparenza lungo tutta la filiera.
La nuova mobilitazione, almeno nelle intenzioni espresse dai portavoce, parte con una richiesta di confronto. I pastori vogliono una grande assemblea democratica e pacifica. Industria e cooperazione dovrebbero spiegare come intendono affrontare la situazione e assumersi le proprie responsabilità.
Il comparto rivendica inoltre il proprio peso economico e sociale. Secondo Sanna, sono circa 50 mila le persone che lavorano nella pastorizia e nell’agricoltura in Sardegna. Un settore che, oltre all’economia, contribuisce anche alla tutela dell’identità dell’Isola.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
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