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L’Italia dice no alla settimana lavorativa di 4 Giorni Cristian Asara
Dopo che l’ipotesi lanciata da Bill Gates di un futuro con soli due giorni lavorativi ha acceso il dibattito, una proposta più concreta di passare a quattro giorni settimanali, mantenendo lo stesso stipendio, si è scontrata con un muro: il veto della Ragioneria generale dello Stato.
Secondo l’organo di controllo, l’implementazione di una settimana lavorativa più breve nel settore pubblico comporterebbe costi insostenibili, legati alla necessità di nuove assunzioni e al pagamento di ore straordinarie per compensare le ore non lavorate. Sembra non trovare spazio, in questa analisi, la tesi sostenuta da molti secondo cui un maggiore benessere dei lavoratori si tradurrebbe in un incremento della produttività complessiva.
Eppure, i segnali che arrivano da oltreconfine sono eloquenti. L’Islanda, tra il 2015 e il 2019, ha condotto esperimenti che hanno dimostrato come la riduzione dell’orario di lavoro possa coesistere con, e anzi favorire, una maggiore efficienza. Anche il Belgio ha intrapreso la strada della settimana lavorativa concentrata in quattro giorni, pur mantenendo inalterato il monte ore complessivo, riscontrando un’accoglienza positiva da parte dei lavoratori.

Il Regno Unito ha spinto l’audacia ancora oltre, coinvolgendo 61 aziende in un test su larga scala. Un dato significativo emerge da questa sperimentazione: oltre il 90% delle imprese partecipanti ha deciso di adottare permanentemente la settimana corta, a testimonianza dei benefici riscontrati.
Anche in Italia, nel silenzio dei grandi annunci, diverse realtà del settore privato stanno timidamente esplorando questa nuova frontiera dell’organizzazione del lavoro. Tuttavia, a livello nazionale e soprattutto nel comparto pubblico, la diffidenza sembra ancora prevalere. Si invoca la necessità di una riforma strutturale del sistema produttivo e organizzativo come precondizione per poter anche solo immaginare un futuro lavorativo diverso.
L’Italia, purtroppo, dimostra ancora una certa resistenza nell’abbracciare modelli innovativi che altrove si stanno rivelando promettenti. Nonostante ciò, la speranza che si possa superare questa inerzia e guardare con più apertura alle evoluzioni del mondo del lavoro rimane viva.