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Annino Mele e il libro “Il bandito e il santo”: riflessioni su carcere, memoria e banditismo sardo Fabio Leoni
Con Il bandito e il santo. Contos de vivos e de mortos, Annino Mele ripercorre una vita segnata da eventi estremi, dolore e riflessioni profonde sulla Sardegna contemporanea. Scritto con il giornalista Karl Peter Schwarz, il volume affronta memoria personale e identità collettiva, intrecciando esperienze dure e introspezione. Sul significato del titolo, Mele chiarisce subito ogni equivoco con parole emblematiche: “Chi legge il libro capisce perché il santo, comunque santo no”. Il libro diventa così un racconto umano complesso, lontano da semplificazioni o etichette definitive.

Per Annino Mele, la scrittura rappresenta molto più di un semplice esercizio narrativo, diventando uno strumento di memoria, consapevolezza e permanenza delle esperienze vissute nel tempo.
L’ex bandito sardo attribuisce enorme valore alla parola fissata sulla carta, considerandola più forte della comunicazione orale, perché capace di resistere al trascorrere degli anni. La sua riflessione sul tema è netta e incisiva: “La parola scritta resta, la si può rileggere, modificarla, ma resta”. Anche nella quotidianità, tra orto e bestiame, Mele continua a cercare equilibrio, coltivando una normalità costruita con fatica dopo decenni complessi.
Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda il rapporto tra banditismo e valori, tema delicato che Mele affronta senza sottrarsi al confronto storico e culturale. Secondo l’autore, il banditismo sardo non può essere letto esclusivamente come criminalità, perché affonda le radici in contesti sociali e codici morali specifici. La sua posizione emerge con chiarezza in una frase destinata a far discutere: “Il bandito sardo ha avuto sempre dei valori”. Mele sostiene che una parte della narrazione ufficiale abbia ridotto fenomeni complessi a mere categorie giudiziarie, trascurandone la dimensione antropologica e storica.
Parlando degli anni trascorsi in carcere, Annino Mele offre una riflessione severa sul sistema penitenziario e sul significato più ampio della giustizia nella società moderna. Per lui, la giustizia non riguarda soltanto tribunali e condanne, ma include lavoro, sanità e diritti, elementi essenziali per una società realmente civile. La sua critica al carcere è particolarmente dura e toccante: “Il carcere è una grossa ferita, e una grossa ferita non può guarire un’altra ferita”. Ai giovani lancia infine un monito forte, indicando alcol e droga come emergenze contemporanee che stanno distruggendo intere generazioni in Sardegna.
Intervista a cura di Massimiliano Rais
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