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Auto, L’UE in retromarcia – di Alberto Mingardi stage@radiolina.it
L’alleggerimento dello stop al motore termico dice molto sull’Unione europea e sui partiti cosiddetti di centrodestra. Nei giorni scorsi, il Presidente della Confindustria tedesca ha parlato della “crisi peggiore” dalla fine della Seconda guerra mondiale per l’industria del suo Paese.

La colpa di questa crisi non è da ricondurre né alla Cina – che, com’è fisiologico, nel proprio percorso di crescita ha imparato a realizzare anche altri beni, e non solo merci a basso costo – né ai nemici veri o presunti dell’Europa, che si chiamino Trump o Putin. La responsabilità è di una serie di politiche perseguite dalla Commissione europea negli ultimi anni, sommatesi a problemi di lungo periodo come l’elevata pressione fiscale e i bizantinismi del quadro normativo europeo.
La Commissione ha deciso di intestarsi la lotta al cambiamento climatico e ha disposto una serie di norme, il cosiddetto Green Deal, fra cui la transizione dal motore termico a quello elettrico. Sarebbe il primo caso di transizione tecnologica non determinata dall’innovazione, ma da una scelta politica. Queste politiche sono nate in parte da convinzioni radicate nella classe dirigente europea, in parte dal tentativo, in buona fede, di creare consenso soprattutto presso segmenti dell’elettorato, a cominciare dai più giovani.
Sarebbe sbagliato dire che il settore privato si sia opposto. Anzi, in larga misura le ha assecondate, pensando di nutrirsi di incentivi e sussidi. Questo vale anche per l’industria automobilistica. Non si era calcolato che, rinunciando a una tecnologia quintessenzialmente europea come il motore termico, venisse meno un vantaggio competitivo.
I cinesi avrebbero faticato a colmare il divario sulle automobili tradizionali, ma a fare “computer a quattro ruote” si sono dimostrati bravissimi. Anche sotto il profilo estetico hanno appreso rapidamente la lezione di Elon Musk: l’auto elettrica non è necessariamente brutta. Se quindici anni fa vi avessero detto che un produttore di elettronica di consumo come Xiaomi avrebbe realizzato alcune delle automobili più belle al mondo, vi sareste messi a ridere.
In buona sostanza, i produttori europei hanno assistito a un trasferimento di ricchezza verso l’America, con Tesla, prima, e verso la Cina poi. Bruxelles si è trovata in difficoltà: l’obiettivo di salvare l’ambiente è entrato in tensione con quello di mantenere i livelli occupazionali.
La marcia indietro della Commissione europea è molto parziale. Allunga la vita a ibride, biofuel e carburanti sintetici. Ma fino a quando? E che cosa succede se l’UE cambiasse idea di nuovo? La stabilità normativa appare fragile, e il lavoro fatto sugli standard inquinanti fino all’Euro 6 è stato di fatto compromesso.
Qui entra in gioco il centrodestra. In Europa, non essere di sinistra significa spesso avere lo stesso programma della sinistra, ma con tempi più lunghi. Popolari e conservatori non hanno una visione sul rapporto Stato-mercato, né progetti per tutelare l’ambiente senza nuove norme e nuove imposte. In che cosa credono? Se va bene, negli appunti suggeriti da qualche lobbista compiacente.
Ora si sono convinti che la crisi del manifatturiero europeo sarà tamponata dalle spese militari. Nei piani di Merz in Germania o di Crosetto in Italia, quello sarebbe il prossimo Eldorado dell’industria assistita. Anche stavolta, però, rischiamo di favorire soprattutto aziende americane, almeno nel breve periodo. La storia si ripete: prima in farsa e poi in tragedia.
Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
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