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Borse firmate a prezzi folli: la classe media dice basta e per l’alta moda scatta il disastro Cristian Asara
Comprare una borsa firmata per celebrare un traguardo personale o professionale è diventato un lusso proibitivo per molte persone. Negli ultimi anni le principali case di moda internazionali hanno scelto di alzare costantemente i prezzi di vendita, puntando a margini più alti. Questa linea commerciale ha garantito ottimi risultati nel periodo successivo alla ripresa post-pandemia, ma oggi mostra evidenti fragilità. Il pubblico della classe media, che prima acquistava sporadicamente un accessorio prestigioso, ha iniziato a rinunciare a queste spese. Secondo le stime diffuse da Bain & Company, il comparto ha visto allontanarsi circa 60 milioni di clienti rispetto ai massimi recenti, delineando una perdita numerica senza precedenti.

Il nodo centrale risiede nel divario crescente tra l’andamento delle retribuzioni e il costo finale dei prodotti. Mentre l’inflazione generale ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie, diversi cataloghi di accessori hanno subito aumenti compresi tra il 50% e il 70%. Per molti acquirenti non si tratta più di fare un piccolo sacrificio economico per un pezzo speciale, ma di affrontare una cifra fuori scala. Nel tentativo di rendere i marchi ancora più esclusivi e riservati a pochissimi facoltosi, le aziende hanno finito per tagliare fuori la fascia di acquirenti aspirazionali che alimentava i volumi di vendita e diffondeva la popolarità dei prodotti nella vita di tutti i giorni.
I timori per la tenuta dei consumi si riflettono direttamente sull’andamento delle Borse europee. L’indice di settore Stoxx Europe Luxury 10 mostra perdite vicine al 19% dall’inizio dell’anno, segno che gli investitori dubitano della sostenibilità di un modello fondato solo sul rincaro dei listini. L’esempio più evidente arriva dal colosso francese LVMH: rispetto ai picchi di valutazione toccati nel 2023, la multinazionale ha visto dimezzare la propria capitalizzazione di mercato. Il rallentamento delle vendite dimostra che perfino i gruppi più solidi faticano a mantenere i ritmi di crescita passati senza il supporto dei consumatori medi.
A peggiorare il quadro contribuisce la frenata della domanda nei mercati esteri, a cominciare dalla Cina. Le analisi di Barclays confermano che la ripresa asiatica procede a rilento, privando l’industria della moda del suo motore di spesa più affidabile. A questa debolezza si sommano le tensioni geopolitiche internazionali, le sanzioni commerciali e i problemi di trasporto lungo le principali rotte marittime globali. Per le case di moda si apre una scelta complessa: continuare a difendere prezzi irraggiungibili per un’élite ristretta o ritrovare un contatto reale con il pubblico che sogna di acquistare i loro prodotti.
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