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Caso Yara, Giovanni Terzi: «Ci vorrebbe un Fabio Napoleone per capire cosa è successo» Francesca Figus e Giovanni Terzi
Gli errori giudiziari tornano al centro del dibattito attraverso le vicende di Beniamino Zuncheddu e Yara Gambirasio, analizzate da Giovanni Terzi. Lo scrittore e giornalista, ospite di Francesca, ha collegato questi casi alla necessità di garantire maggiore attenzione durante ogni fase processuale. Nel suo saggio L’ultimo sguardo di Yara, pubblicato da Piemme, Terzi ricostruisce alcuni passaggi dell’inchiesta sulla morte della giovane. L’autore sottolinea soprattutto l’importanza delle prove e delle garanzie riconosciute alle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari. «La prima cosa che uno vorrebbe sentirsi dire dalla giustizia è anche un banale: “Scusa, effettivamente ho sbagliato”», ha dichiarato Terzi.

Secondo Terzi, la vicenda di Beniamino Zuncheddu rappresenta una delle situazioni che impongono una riflessione profonda sugli errori giudiziari. L’uomo ha trascorso decenni in carcere dopo essere stato condannato per una strage avvenuta in Sardegna, prima della revisione del processo. Terzi richiama anche il tema dell’indennizzo per l’ingiusta detenzione, evidenziando le difficoltà burocratiche che possono ostacolare il riconoscimento del danno. La sua riflessione non riguarda soltanto una singola vicenda, ma investe il rapporto tra responsabilità, giustizia e tutela dei cittadini. «Non solo non ci sono le scuse, ma poi, come si vede per il povero Zuncheddu, non gli viene data neanche la possibilità», ha osservato.
Nel libro dedicato a Yara Gambirasio, Terzi concentra l’attenzione anche sulla gestione degli elementi probatori raccolti durante l’indagine. In particolare, l’autore affronta la questione del DNA e sostiene che alcune tracce biologiche non sarebbero state conservate nelle condizioni necessarie. Secondo la ricostruzione proposta da Terzi, questa circostanza avrebbe impedito successivamente di ripetere determinati accertamenti scientifici sul materiale disponibile. L’ospite precisa però di non voler stabilire l’innocenza o la colpevolezza di Massimo Bossetti, condannato definitivamente per l’omicidio. «Io non voglio dire che Bossetti sia innocente o sia colpevole. Non è un derby, ma la giustizia ti deve dare la possibilità di difenderti», ha detto.
Terzi invita inoltre a distinguere le responsabilità individuali da quelle attribuite genericamente alle istituzioni coinvolte nelle indagini. Il ragionamento riguarda magistrati, giornalisti, investigatori e appartenenti alle forze dell’ordine, perché ogni professione comprende competenze e comportamenti differenti. L’autore considera quindi rischioso trasformare eventuali errori commessi da singole persone in un’accusa generalizzata verso un’intera categoria professionale. La sua posizione punta invece sull’individuazione delle responsabilità personali e sulla necessità di garantire procedure rigorose durante le indagini. «Andiamo sempre a individuare le persone, non la categoria, sennò distruggiamo un Paese», ha affermato Terzi parlando delle responsabilità investigative.
Sul futuro del caso Yara, Terzi non vede attualmente segnali concreti che possano indicare una nuova apertura dell’indagine, ma auspica ulteriori verifiche. Nel suo intervento richiama la figura di Fabio Napoleone, procuratore impegnato nella revisione giudiziaria del caso di Beniamino Zuncheddu. Secondo Terzi, servirebbe un magistrato disposto a riesaminare criticamente gli elementi disponibili e verificare l’esistenza delle necessarie garanzie processuali. L’obiettivo, precisa, non sarebbe sostenere una tesi precostituita, ma comprendere pienamente ciò che è accaduto durante l’inchiesta. «Ci vorrebbe un “Fabio Napoleone” anche per il caso di Yara Gambirasio», ha concluso Terzi, chiedendo coraggio nell’approfondimento giudiziario.
Intervista a cura di Francesca Figus
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