Intervista a cura di Simona De Francisci
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Come cambiano i conflitti del mondo con l’intelligenza artificiale? Giuseppe Valdes
In un’epoca segnata da competizione tecnologica, tensioni internazionali e trasformazioni politiche profonde, parlare di intelligenza artificiale significa inevitabilmente parlare di potere, sicurezza e futuro degli equilibri globali. È da questa consapevolezza che prende avvio la riflessione di Alessandro Aresu, analista geopolitico e autore del saggio Geopolitica dell’intelligenza artificiale, pubblicato da Feltrinelli Editore. Aresu ha analizzato le difficoltà di una governance internazionale dell’AI. L’analista ha parlato anche del ruolo della tecnologia nei conflitti moderni e le dinamiche politiche degli Stati Uniti, offrendo una lettura che intreccia innovazione e geopolitica.

Secondo Aresu, immaginare regole condivise a livello internazionale sull’intelligenza artificiale è oggi poco realistico. Le difficoltà che già caratterizzano il sistema multilaterale, a partire dalle Nazioni Unite, rendono complicato raggiungere accordi anche su temi che riguardano l’intera comunità globale. Il nodo principale resta la competizione economica e strategica tra le grandi potenze, in particolare tra Stati Uniti e Cina, che tende a prevalere sulla cooperazione.
Questioni come cyberattacchi, sicurezza nazionale e furto di proprietà intellettuale si collocano infatti in una zona grigia dove tecnologia e conflitto politico risultano difficili da separare. In questo contesto, le richieste di regole globali avanzate dal segretario generale dell’ONU António Guterres rischiano di rimanere senza effetti concreti nel breve periodo.
L’analisi si concentra poi sull’impatto dell’intelligenza artificiale nei conflitti contemporanei, evidenziato dalla guerra tra Russia e Ucraina. L’AI sta modificando la natura stessa della guerra, non solo attraverso l’uso crescente dei droni, ma anche nella manutenzione degli armamenti, nella progettazione di veicoli militari e nello sviluppo di infrastrutture più resistenti grazie alle nuove tecnologie.
Allo stesso tempo emerge una dinamica apparentemente contraddittoria: l’elevata intensità tecnologica può spingere gli attori a operare anche in ambienti meno digitalizzati, evitando comunicazioni tracciabili per ridurre i rischi di individuazione. Il risultato è una guerra che combina innovazione avanzata e dimensione fisica tradizionale, con possibili applicazioni anche nel terrorismo. Per questo motivo, secondo Aresu, è fondamentale mantenere attenzione sia sull’evoluzione tecnologica sia sugli elementi che la tecnologia non riesce ancora a controllare completamente.

Aresu ha analizzato la situazione degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump, evidenziando una fase di trasformazioni politiche profonde e tensioni interne significative. L’analista ha descritto gli Stati Uniti come un Paese attraversato da conflitti storici, soprattutto nel rapporto tra amministrazione federale e singoli stati. Queste dinamiche che oggi incidono direttamente anche su temi sensibili come l’immigrazione.
Nonostante queste divisioni, gli Stati Uniti restano una potenza militare e tecnologica dominante e continuano a esercitare un forte impatto nelle operazioni internazionali. Tuttavia, se l’opinione pubblica percepisce il presidente Donald Trump come più fragile rispetto al passato, questa situazione può creare maggiore instabilità internazionale. Il rischio aumenta in uno scenario globale già segnato da competizione strategica e tensioni geopolitiche. In questo contesto, le istituzioni americane — in particolare Congresso e Corte Suprema — hanno un ruolo centrale. Spetta a loro mantenere l’equilibrio dei poteri e orientare gli sviluppi futuri
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