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Conflitto a Gaza: Marco Di Liddo del CESI: “La pressione internazionale è inefficace” stage@radiolina.it
Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali, ha analizzato i due conflitti che maggiormente preoccupano l’Europa da diversi anni e che stanno tenendo tutti con il fiato sospeso: quello tra Russia e Ucraina e quello tra Israele e Palestina.

Il conflitto ucraino è in realtà un conflitto secolare. Le sue origini sono legate alle mire espansionistiche che i russi hanno manifestato sin dal Medioevo su un territorio che, a causa di vicissitudini storiche, non è riuscito a realizzare pienamente la propria statualità. Storicamente, l’elemento ucraino è stato soggiogato da diversi imperi che lo hanno fagocitato negli anni, inclusi i russi, i polacco-lituani e gli austro-ungarici.
Durante periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il popolo ucraino cercò di utilizzare l’invasione nazista per emanciparsi dal giogo sovietico. Il popolo ha condotto lunghe campagne di insorgenza negli anni ’50, ottenendo infine l’indipendenza nel 1991. Tuttavia, i russi non hanno mai considerato l’elemento nazionale o statuale ucraino come autentico, arrivando a definire gli ucraini come russi che avevano semplicemente dimenticato di esserlo e trattandoli come un popolo di serie B.
L’ultima tranche del conflitto è iniziata nel 2022 e la guerra continua. Nonostante in diverse occasioni sia sembrato che il conflitto potesse risolversi, gli spiragli di pace sono sempre stati molto esigui e stretti. Negli anni, nessuna delle due parti si è dimostrata disposta a un compromesso. Per gli ucraini, cedere parte del proprio territorio nazionale o sottostare a un dictat di un paese invasore è inconcepibile. Per la Russia, al contrario, questa è una guerra quasi esistenziale. Una sconfitta russa potrebbe innescare effetti domino imprevedibili e creare fratture significative. La Russia, infatti, non combatte solo per il territorio ucraino, ma per uno status internazionale e per un cambiamento nella governance mondiale.
Per quanto riguarda la situazione tra Israele e Palestina, vari organismi internazionali, inclusa la commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia, hanno chiesto l’adozione di misure vincolanti nei confronti di Israele. Tuttavia, tali organismi internazionali sembrano non avere nessuna influenza. Israele si sente protetto perché gode del supporto americano, che è rimasto invariato in termini militari, politici e finanziari, ed è diventato ancora più massiccio e diretto con la presidenza Trump.
Inoltre, al momento, i paesi arabi ritengono di non possedere strumenti adeguati per mettere Israele all’angolo. La leadership politica israeliana crede di avere il supporto popolare sufficiente per proseguire, e i dati attuali lo dimostrano.
Sebbene esistano manifestazioni, tipiche di un paese democratico quale Israele è, queste sono riferite soprattutto alla gestione degli ostaggi, chiedendo al premier Netanyahu un leggero cambio di politica per riportare a casa i sopravvissuti. L’attacco del 7 ottobre è stato uno shock profondo per la nazione israeliana. Di conseguenza, anche la parte più moderata del paese, quella più aperta al dialogo con i palestinesi, ha cambiato prospettiva. Di Liddo avverte che, se non si interviene per fermare le azioni, i danni collaterali e i numeri delle vittime sono destinati ad aumentare.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
La Strambata del 26-09-2025
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