play_arrow
Ep. 08 – Le guerre dimenticate nel mondo Nicola Scano
Le guerre dimenticate nel mondo rappresentano oggi una delle grandi emergenze morali e politiche del nostro tempo. Conflitti che provocano migliaia di vittime finiscono spesso per scomparire dall’attenzione dell’opinione pubblica, sostituiti da nuove crisi internazionali.

A lanciare un forte richiamo sulle guerre nel mondo è stato Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, che ha invitato a non “selezionare i luoghi del dolore” e a non abituarsi alla guerra come se fosse una condizione normale della storia. Secondo Baturi il rischio più grande è perdere il contatto con la dimensione concreta dell’esperienza umana, trasformando tragedie e morti in semplici numeri. Un fenomeno che si alimenta anche attraverso il modo in cui vengono raccontati i conflitti.
Nel suo intervento, l’arcivescovo ha ricordato l’esperienza diretta vissuta recentemente nel Tigrai, in Etiopia, una delle guerre meno raccontate degli ultimi anni. In quella regione il conflitto ha provocato centinaia di migliaia di vittime, una tragedia spesso lontana dai riflettori mediatici.
Secondo Baturi, pensare agli uomini come pedine o danni collaterali è uno degli errori più gravi della politica internazionale. Dietro ogni vittima ci sono famiglie, genitori e figli per i quali la perdita è assoluta. “Ogni vita è preziosa e il dolore della morte è uguale per tutti”, ha sottolineato l’arcivescovo, ricordando che la pace non può essere considerata un tema secondario o stagionale dell’informazione.
Nel suo ragionamento Baturi ha evidenziato anche un altro aspetto cruciale: il progressivo indebolimento della diplomazia internazionale. Secondo il segretario generale della CEI, la politica dovrebbe recuperare il valore del dialogo e della mediazione. La diplomazia è fatta di compromessi, ma questi non rappresentano una debolezza: sono spesso l’unico modo per salvare beni fondamentali come la vita e la stabilità delle comunità. Per questo, ha spiegato, non bisogna accettare l’idea che la guerra sia inevitabile. Così come si combattono le malattie per salvare la vita delle persone, allo stesso modo la comunità internazionale deve impegnarsi per prevenire e fermare i conflitti.
La vicenda dell’impianto fotovoltaico di Gonnesa si inserisce in un contesto più ampio legato alle nuove norme nazionali sulle energie rinnovabili. La recente legislazione prevede la possibilità di installare impianti agrivoltaici anche nelle aree agricole, entro determinate percentuali del territorio. Secondo Pietro Cocco, sindaco di Gonnesa, questo meccanismo rischia però di aprire la strada a una forte pressione sulle campagne.
In Sardegna le aree agricole rappresentano oltre il 60% del territorio regionale. Se applicate su larga scala, le percentuali previste dalla normativa potrebbero portare a un’estensione molto ampia di impianti energetici. Per questo il sindaco sottolinea che le comunità locali devono poter partecipare alle decisioni sul proprio territorio.
Cocco ha ribadito che la transizione energetica è indispensabile per superare le fonti fossili, ma deve essere realizzata con criteri di sostenibilità territoriale. La sfida, secondo il primo cittadino, è trovare un equilibrio tra sviluppo delle rinnovabili, tutela del paesaggio e programmazione urbanistica, evitando che le decisioni vengano prese senza il coinvolgimento delle comunità locali.
A cura di Nicola Scano – Vicedirettore del TG di Videolina
Puntata del 07/03/2026
Clicca qui per scoprire tutti i podcast di Radiolina