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Ep. 10 – Ipazia e Vera Rubin, astronome da non dimenticare Manuel Floris, Gabriella Bernardi
Due donne, due epoche lontanissime, un unico filo rosso: la passione per il cielo e il coraggio di sfidare i pregiudizi. Da Ipazia a Vera Rubin, la storia dell’astronomia è attraversata da figure femminili straordinarie a lungo dimenticate, marginalizzate o osteggiate. L’astrofisica e divulgatrice Gabriella Bernardi è autrice del libro “Le sorelle dimenticate: Pioniere della scienza e dell’astronomia prima di Carolina Herschel” edito da Springer.

Se potessimo tornare indietro fino al 400 d.C., ad Alessandria d’Egitto, potremmo incontrare Ipazia mentre insegna filosofia e matematica nelle piazze della città. Una donna che parlava in pubblico di scienza nel IV secolo: un fatto straordinario.
Figlia del matematico Teone, Ipazia fu astronoma, matematica e filosofa neoplatonica, alla guida della scuola alessandrina, una sorta di centro di ricerca ante litteram. Perfezionò strumenti astronomici come l’astrolabio piano, studiò i moti celesti e scrisse il “Canone astronomico”, opera oggi perduta ma citata dalle fonti antiche.
Secondo alcune ricostruzioni, avrebbe potuto intuire modelli cosmologici innovativi, anticipando riflessioni che solo nel Seicento, con Galileo Galilei e Johannes Kepler, sarebbero state formalizzate. Un’ipotesi suggestiva che dimostra quanto fosse avanzato il suo pensiero.
La sua storia è tornata all’attenzione del grande pubblico grazie al film Agorà. Ipazia fu assassinata nel 415 d.C., in un clima di forti tensioni religiose e politiche. La sua morte rappresenta ancora oggi il simbolo dello scontro tra sapere e fanatismo.

Con Vera Rubin ci spostiamo nel Novecento, ma le difficoltà non scompaiono. Anche nel XX secolo le donne dovevano lottare per essere riconosciute come scienziate. L’Università di Princeton non accettò donne nel dipartimento di astronomia fino al 1975, e Rubin dovette costruire il proprio percorso altrove.
Fin da bambina dimostrò una passione straordinaria per le stelle, costruendo un telescopio artigianale. Dopo gli studi al Vassar College, istituzione legata alla pioniera Maria Mitchell, si specializzò in astronomia osservativa.
Il suo contributo più rivoluzionario riguarda le curve di rotazione delle galassie. Negli anni Trenta, Fritz Zwicky aveva ipotizzato l’esistenza di una massa invisibile. Fu però Vera Rubin a fornire la prova osservativa decisiva: le stelle nelle regioni periferiche delle galassie si muovono troppo velocemente rispetto alla massa visibile.
La conclusione fu sconvolgente: esiste una materia invisibile che permea le galassie, la materia oscura. Una scoperta che ha rivoluzionato l’astrofisica moderna e cambiato la nostra comprensione dell’universo.
Le storie di Ipazia e Vera Rubin dimostrano che il talento femminile nella scienza è sempre esistito, ma non sempre è stato riconosciuto. Dall’archetipo culturale di Venere come modello esclusivo di femminilità, fino ai pregiudizi accademici del Novecento, molte scienziate hanno dovuto combattere contro stereotipi radicati.
Oggi qualcosa è cambiato. A Vera Rubin è stato dedicato un moderno osservatorio astronomico che porta il suo nome, simbolo di un riconoscimento finalmente pubblico e istituzionale. Ipazia, dopo secoli di oblio, è diventata icona internazionale della libertà di ricerca e dell’autonomia intellettuale.
Come sottolinea Gabriella Bernardi, recuperare queste figure significa offrire nuovi modelli alle giovani generazioni e ristabilire una verità storica più completa. Perché guardare l’universo non è solo un atto scientifico, ma anche culturale.
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