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Ep. 14 – Cosa cambia dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz?

today8 Aprile 2026 57 2

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La riapertura dello Stretto di Hormuz cambierà le sorti del conflitto?

La crisi in Medio Oriente vive una fase di apparente tregua dopo ore di forte tensione internazionale. Donald Trump e l’Iran hanno accettato la proposta di mediazione avanzata dal Pakistan, congelando per quindici giorni i bombardamenti e consentendo la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio energetico mondiale. A commentare la situazione è stato Luca Lecis, professore di Storia Contemporanea all’Università di Cagliari, intervenuto per analizzare le implicazioni geopolitiche, economiche e militari di una guerra che continua a tenere il mondo con il fiato sospeso.

Luca Lecis – Professore di storia contemporanea all’Università di Cagliari

La tregua tra Iran e Stati Uniti e il peso strategico dello Stretto di Hormuz

Secondo Lecis, la sospensione temporanea delle ostilità rappresentava l’esito auspicato dalla comunità internazionale, soprattutto per le conseguenze economiche che un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz avrebbe comportato. Il professore ha sottolineato come da quell’area transiti una parte fondamentale del petrolio destinato ai mercati internazionali e che l’interruzione delle rotte marittime avrebbe presto provocato problemi concreti nelle forniture energetiche europee e occidentali.

Lecis ha spiegato che le scorte attualmente disponibili derivano da carichi partiti settimane fa e ancora in navigazione verso i porti europei, ma che senza una riapertura dello stretto si sarebbe rischiato un esaurimento delle riserve nel giro di pochi giorni. “Un conto sono i proclami, un conto è la realtà economica dei fatti”, ha osservato il docente, evidenziando quanto la politica internazionale debba fare i conti con la concretezza degli approvvigionamenti energetici.

Trump, leadership muscolare e calo nei consensi interni

Nel corso dell’analisi, Lecis si è soffermato anche sulla figura di Donald Trump, protagonista assoluto della scena internazionale nelle ultime settimane. Il professore ha spiegato che, al netto delle polemiche sul suo stile comunicativo e sulla sua personalità, la politica muscolare del presidente americano sta producendo effetti immediati sul piano della percezione pubblica, soprattutto tra quella parte dell’elettorato che apprezza un’immagine di forza e decisionismo.

Tuttavia, Lecis invita alla prudenza nel valutare la strategia trumpiana sul lungo periodo. Se da un lato l’approccio aggressivo rafforza l’immagine di una leadership determinata, dall’altro non garantisce vantaggi politici duraturi, soprattutto se le tensioni internazionali finiscono per ripercuotersi sull’economia americana. Il professore ha ricordato come l’elettore medio statunitense sia tradizionalmente più attento alle questioni interne che agli equilibri geopolitici, valutando un presidente soprattutto sulla base dell’inflazione, dei prezzi e della tenuta economica nazionale.

Proprio per questo motivo, i recenti sondaggi che segnalano un calo del consenso nei confronti di Trump sarebbero perfettamente coerenti con la tradizione politica americana. “L’americano pensa prima al proprio giardino”, ha sintetizzato Lecis, spiegando che l’impatto economico della guerra potrebbe diventare il vero fattore decisivo per la popolarità dell’ex presidente.

Iran, guerra lunga e nuovi equilibri mondiali

Per quanto riguarda il conflitto con Teheran, Lecis ritiene che la potenza militare iraniana sia stata ampiamente sottovalutata. Quella che doveva essere una guerra rapida si sta trasformando infatti in un confronto molto più complesso del previsto. Secondo il docente, l’enorme arsenale accumulato dall’Iran nel corso dei decenni rende impossibile una neutralizzazione veloce del regime, soprattutto considerando che le guerre non si vincono soltanto dal cielo ma richiedono anche operazioni di terra, scenario che Washington ha finora evitato.

Sul piano interno iraniano, Lecis invita inoltre a non semplificare eccessivamente la situazione politica. Lo scontro tra l’ala moderata del governo e i Pasdaran esiste, ma secondo il professore non va letto con categorie occidentali troppo rigide. Anche i cosiddetti moderati, infatti, restano parte integrante dell’apparato del regime e difficilmente rappresentano una reale alternativa al sistema di potere consolidato.

La guerra ridisegna gli equilibri globali

Infine, il docente ha posto l’attenzione sugli equilibri internazionali più ampi, spiegando come questa crisi finisca per favorire indirettamente la Cina, che continua a mantenere una linea diplomatica prudente e non interventista, preservando il proprio prestigio internazionale senza esporsi direttamente nel conflitto.

Allo stesso tempo, Lecis ha evidenziato la debolezza dell’Europa, incapace di proporsi come protagonista nei negoziati di pace e costretta ancora una volta a osservare da spettatrice mentre altri attori internazionali, come il Pakistan, assumono il ruolo di mediatori.

La speranza, conclude Lecis, è che la tregua regga e che il cessate il fuoco possa aprire una finestra diplomatica più stabile. “Se arriva la recessione, sarà ancora più difficile costruire la pace”, ha avvertito il professore, sottolineando come economia e geopolitica siano oggi più intrecciate che mai.

 

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