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Il conflitto in Medio Oriente al bivio: la “Guerra dei 12 Giorni” Alessandra Carta e Luca Lecis
Focus sul conflitto in Medio Oriente, il Professor Luca Lecis, professore associato di Storia contemporanea nel Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni culturali, ha offerto una prospettiva critica sulla cosiddetta “guerra dei 12 giorni”. Come dichiarato dal Professor Lecis, “in questi tempi ci hanno dimostrato che tutto è possibile. Dunque sicuramente ci sono elementi che ci inducono a pensare che per adesso questa guerra sia conclusa, ma diciamo la precauzione è d’obbligo visto soprattutto il ruolo che lo stato di Israele con il presidente Netanyahu sta giocando in questo momento storico“. La sua analisi si addentra nelle complesse dinamiche geopolitiche che hanno caratterizzato questo periodo, mettendo in luce le responsabilità e le ambiguità dei principali attori globali.

La seconda presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti ha evidenziato, secondo il Professor Lecis, la continua centralità americana, seppur con un approccio mutato. Se un tempo gli Stati Uniti erano considerati i “poliziotti del mondo”, con Trump “questa funzione, diciamo, di polizia è stata demandata ad altri“. Il Professor Lecis descrive il ruolo di Trump come “così enigmatico tra la comicità e la spavalderia e anche un po’ questi atteggiamenti da bullo… sono difficilmente e di difficili letture“. Questa condotta, spesso contraddistinta da uscite come quelle riportate dal Corriere della Sera, dove il presidente americano avrebbe reagito con un “What the f***?” agli attacchi israeliani malgrado la tregua, per poi ringraziare l’Iran per aver preavvisato i bombardamenti, evidenzia una gestione imprevedibile che alimenta la confusione internazionale.
Un elemento chiave del Conflitto Medio Oriente, sottolineato dal Professor Lecis, è l’inusitata aggressività di Israele. Storicamente, dalle guerre arabo-israeliane del ’48 in poi, Israele si è trovata a doversi difendere. Lecis aggiugne: “stranamente appunto diciamo sta aggredendo su più fronti“, dal Libano alla Striscia di Gaza, fino all’Iran. Questa svolta aggressiva è stata resa possibile, a detta del professore, da una “condiscendenza del presidente e del ruolo degli Stati Uniti e soprattutto il presidente Trump“, ma anche dalla “passività dell’Unione Europea“ e dal “ruolo da spettatore, per così dire, della Federazione Russa”. Putin, che pure era stato un “grande amico” di Iran, Siria e Libano, è rimasto il “grande assente” in questo frangente.

La possibilità di un patto tra Trump e Putin, volto a una tregua attraverso pressioni su Tel Aviv e sull’Iran, è stata ampiamente discussa. Tuttavia, il Professor Lecis nutre scetticismo su questa interpretazione, affermando che “Putin è in un ruolo di subalternità in questo momento rispetto agli Stati Uniti“. Per Lecis, le motivazioni di Trump sembrano più legate ad “ambizioni terrene che non la gloria di essere il pacificatore mondiale“. II bombardamenti, risolutori secondo Trump, si sono rivelati meno efficaci del previsto, avendo solo “rallentato il programma nucleare iraniano”. L’Iran possiede ancora circa 400 kg di uranio, sufficienti per avanzare rapidamente verso un’arma nucleare, ironicamente detenuta già da Stati Uniti e Israele.
Un risultato atteso del Conflitto Medio Oriente da parte di alcuni era il crollo del regime degli Ayatollah, che però non si è verificato. Il Professor Lecis chiarisce che il Primo Ministro Netanyahu ha anteposto i propri interessi a un vero cambio di regime, adottando “atteggiamenti, per così dire, da bullo terroristico” attraverso minacce e bombardamenti su obiettivi civili. Questo approccio, volto a “spargere sostanzialmente il terrore fra la popolazione iraniana”, è controproducente. Professor Lecis dichiara: “se si vuole eliminare il regime degli Ayatollà… non si deve prendere con la popolazione civile perché la popolazione civile è la sua sarebbe la grande alleata sul campo”. La stessa insistenza di Trump sul fatto che un cambio di strategia non interessi al momento, vanifica ogni tentativo di rovesciare questa teocrazia. La popolazione iraniana non è “così graniticamente unita attorno alla figura della guida suprema, Alienei” come si potrebbe pensare.
Intervista a cura di Alessandra Carta
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