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Inflazione, la spesa costa il 25% in più rispetto al 2021 Manuel Cozzolino
Il rallentamento dell’inflazione registrato a giugno non modifica il peso economico che grava sulle famiglie italiane, costrette a sostenere prezzi ancora molto superiori rispetto a pochi anni fa. “Fare la spesa costa il 25% in più rispetto al 2021”, sottolinea l’economista Luca Deidda dell’Università di Sassari, evidenziando come il fenomeno continui a comprimere il potere d’acquisto dei consumatori.

L’indice del carrello della spesa mostra un rallentamento della crescita, ma il livello complessivo dei prezzi rimane elevato, confermando gli effetti accumulati delle recenti dinamiche inflazionistiche. “Il rallentamento riguarda il tasso di crescita, mentre il livello dei prezzi resta molto più alto“, spiega Deidda, ricordando che il confronto con il 2021 evidenzia un incremento vicino al 25%.
Secondo l’economista, l’inflazione osservata negli ultimi anni nasce soprattutto da shock esterni, capaci di produrre conseguenze economiche durature e difficili da riassorbire in tempi brevi. “Questi dati dimostrano la necessità di costruire una maggiore resilienza del nostro sistema economico attraverso politiche strutturali adeguate”, afferma Deidda, indicando una strategia di lungo periodo.
I rincari continuano a interessare numerosi prodotti presenti quotidianamente sulle tavole degli italiani, dalle zucchine alle melanzane, fino alle carni bovine, al caffè e al cacao. “L’aumento dei prezzi alimentari rappresenta uno degli effetti più evidenti dell’inflazione accumulata negli ultimi anni”, osserva Deidda, spiegando come la crescita dei listini riduca progressivamente il potere d’acquisto delle famiglie.
Uno degli aspetti meno visibili dell’attuale fase economica è rappresentato dalla shrinkflation, fenomeno che riduce il contenuto delle confezioni mantenendo invariato il prezzo finale pagato dal consumatore. “Allo stesso prezzo compriamo quantità minori senza accorgercene, perché il peso delle confezioni diminuisce nel tempo“, evidenzia Deidda, definendo questo meccanismo un effetto inflazionistico particolarmente insidioso.
La diminuzione delle quantità acquistate alimenta una crescente sensazione di perdita del potere d’acquisto, accentuata dalla frequenza con cui le famiglie devono tornare nei supermercati per rifornirsi. “La shrinkflation agisce in modo subdolo perché modifica la quantità acquistata lasciando invariato il prezzo esposto”, conclude l’economista, invitando i consumatori a prestare attenzione anche alle informazioni riportate sulle confezioni.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
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