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Milano detta le regole sul diritto all’oblio Cristian Asara
Il Tribunale di Milano ha stabilito che Google dovrà rivedere integralmente i sistemi con cui gestisce le istanze di rimozione dei link dai risultati di ricerca. La scadenza fissata dai giudici lombardi è il 15 novembre, data entro la quale il motore di ricerca dovrà garantire risposte dettagliate e personalizzate a chi chiede la deindicizzazione dei propri dati personali.
Al centro del contenzioso ci sono gli articoli 17 e 21 del Regolamento europeo per la protezione dei dati personali, il GDPR. Fino a oggi, la prassi di risposta del colosso tecnologico ha fatto largo ricorso a moduli standardizzati e comunicazioni stringate in caso di esito negativo. La decisione dei magistrati interviene direttamente su queste modalità operative, sancendo il principio per cui un diniego deve sempre contenere le precise ragioni che hanno portato a privilegiare il diritto di cronaca rispetto a quello alla riservatezza.

La vertenza punta a ristabilire un equilibrio concreto tra la piattaforma e i cittadini che intendono tutelare la propria reputazione online. Vincenzo Morabito, presidente di Algopolio e promotore dell’azione legale, ha evidenziato come le tutele formali restino prive di valore se non accompagnate da strumenti operativi realmente accessibili. La possibilità di difendere l’immagine pubblica e la dignità personale richiede che ogni utente possa allegare la documentazione a supporto del proprio caso e comprendere con chiarezza i motivi di un eventuale rifiuto.
Il collegio difensivo dei ricorrenti, composto dai legali degli studi Oralex e Lexia, ha chiarito la portata della pronuncia sul piano normativo europeo. I magistrati hanno richiamato la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiedendo l’adozione di verifiche individuali e l’abbandono di scorciatoie algoritmiche o risposte precompilate. Un altro elemento rilevante sul piano giuridico riguarda la piena competenza territoriale dei tribunali italiani per vertenze di questa portata, aspetto che semplifica la difesa dei diritti da parte dei cittadini residenti in Italia.
La reazione di Google non si è fatta attendere. Un portavoce della società ha espresso profondo disaccordo con la linea interpretativa adottata dalla corte milanese, confermando l’intenzione di presentare ricorso in appello. L’azienda statunitense sostiene che l’attuale procedura di revisione interna sia già conforme ai requisiti comunitari ed equa, poggiando sul lavoro quotidiano di team specializzati incaricati di valutare caso per caso.
La difesa dell’operato del motore di ricerca proseguirà dunque nei successivi gradi di giudizio, con la società determinata a rivendicare la correttezza del proprio bilanciamento tra la tutela dei dati del singolo e il diritto all’informazione pubblica garantito alla collettività.
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