play_arrow
Mostro di Firenze, svolta sarda: Giovanni Vinci è il padre di Natalino Giuseppe Valdes
Una clamorosa svolta nel caso del Mostro di Firenze: il DNA ha riscritto la storia fin dall’inizio, rivelando che Natalino Mele, il bambino scampato all’omicidio di Signa del 1968, è figlio biologico di Giovanni Vinci, fratello maggiore di Francesco e Salvatore Vinci.

La notizia, diffusa da La Nazione di Firenze, rappresenta un punto di svolta in uno dei più intricati misteri della cronaca nera italiana. Il primo omicidio, avvenuto a Signa nel 1968, fu collegato a un clan di origine sarda, da cui il lungo filone investigativo successivo.
Il bambino che sfuggì alla morte quella notte, Natalino Mele, aveva solo sei anni e mezzo. Finora era stato ritenuto il figlio di Stefano Mele, marito della vittima Barbara Locci, e condannato per quel delitto. Ma l’esame genetico condotto da Ugo Ricci, esperto di cold case, ha ribaltato ogni certezza.
Il padre biologico del bambino è risultato essere Giovanni Vinci, un nome mai entrato ufficialmente nelle inchieste. Fratello maggiore di Francesco e Salvatore Vinci, già coinvolti nel caso, Giovanni non era mai stato indagato. Una grave lacuna investigativa, che le PM Ornella Galeotti e Beatrice Giunti, oggi titolari del fascicolo riaperto, intendono colmare.
Il genetista Ugo Ricci, già noto per il caso Garlasco, ha confermato la paternità utilizzando tecniche avanzate di comparazione del DNA, comprese analisi su resti riesumati e campioni prelevati in gran segreto dai carabinieri del Ros nel 2018. Lo stesso metodo fu decisivo nei casi Yara Gambirasio e Chiara Poggi. Questa nuova verità potrebbe spiegare un mistero fondamentale: perché Natalino fu risparmiato da un assassino che, negli anni successivi, avrebbe colpito con ferocia altre sette coppie?
Molte domande rimangono aperte. Come fece Natalino, di notte e al buio, a percorrere chilometri di campagna fino a una casa dove chiese aiuto?
E che fine ha fatto la pistola calibro 22, arma del delitto di Signa e degli omicidi seriali tra il 1974 e il 1985?
La sentenza che condannò Pietro Pacciani parlava di un’arma “passata di mano”, lasciando intendere una connessione tra i delitti. Ma potrebbe essere stata una soluzione processuale per preservare il verdetto su Stefano Mele, condannato nel 1968 con le attenuanti del delitto d’onore.
Oggi Natalino Mele ha 60 anni e ha scoperto solo ora di non essere figlio di Stefano Mele. Dopo aver ricevuto la notifica della procura, ha dichiarato: “Quest’uomo non l’ho mai neanche conosciuto”. Non è nemmeno certo che Giovanni Vinci sapesse di essere padre.
Il collegamento genetico emerso oggi ha radici in un’indagine parallela condotta nel 2018, quando, durante un’inchiesta sull’ex legionario Giampiero Vigilanti, vennero prelevati profilo genetico di un figlio di Salvatore Vinci e quello di Natalino. Le analisi furono completate con il DNA estratto dalla riesumazione di Francesco Vinci.
Tutti i protagonisti principali del caso sono oggi deceduti: Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti e Mario Vanni, noti come i “compagni di merende”. Tuttavia, Paolo Vanni, nipote del postino condannato, ha chiesto la revisione del processo, e i giudici di Genova non si sono ancora espressi.
Questa nuova prova genetica, resa possibile dal progresso della scienza forense, potrebbe riscrivere definitivamente le origini di una delle più oscure e dibattute vicende criminali d’Italia. Un tassello che riaccende le indagini, dà nuovo impulso alle domande rimaste senza risposta e ribadisce il potere della verità scientifica, anche a decenni di distanza.
A cura di Giulio Zasso e Michele Ruffi
La Strambata del 22-07-2025
Clicca qui per scoprire tutti i podcast di Radiolina