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Perché si dice “Maurreddinu” o “sassarese impiccababbu”? Stefano Birocchi, Enzo Asuni
Partiamo dalle origini del termine Maurreddinu per poi arrivare alle origini di “Sassarese impiccababbu”. La parola, a quanto pare, deriverebbe da maurru, in italiano “moro”. I telespettatori di Sardegna1 ci suggeriscono che potrebbe derivare dal termine meurra (merlo) facendo riferimento al colore dell’uccello in questione: il nero.
Capita che qualche sassarese definisca “Maurreddini” i sardi che abitano l’isola da metà Sardegna in giù un po’ per scherzare sul fatto della vicinanza all’Africa. Ma capita anche che qualche cagliaritano o campidanese definisca un amico sassarese come “tataresu o sassarese impicca babbu”. Scopriamo le origini dei modi di dire in questione. Per la verità, i maurreddini sarebbero i sardi del Sulcis Iglesiente, per la vicinanza della zona con la Tunisia.

Tra le varie storie sulla nascita dei “Maurreddini” emerge un raccontino dedicato proprio a “Su maurreddinu”, una leggenda, pubblicata in un libro di Gino Bottiglioni, professore molto noto a Cagliari nel secolo scorso. Il titolo del libro è “Leggende e tradizioni di Sardegna”, editore ILISSO.
Fa così:
Quando Dio finì di formare il mondo, San Pietro e Gesù andarono in giro per vedere ciò che Egli aveva creato.
Arrivano a Nuxis e San Pietro dice a Gesù: “Maestro, hai creato tutto ma ti sei dimenticato la cosa più importante”.
–“Mi sembra che non manchi nulla”, risponde.
–“E il Maurreddino?”.
–“E che ci vuole?”.
Gesù guarda per terra e vede un po’ di orina di bue. Le dà un calcio ed esce il Maurreddino, con le calze nere, i calzoni di panno e il berretto a forma di feci indurite.
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Il modo di dire affonda le proprie radici in una storia che risale ai tempi della Santa Inquisizione, quando anche a Sassari c’era il boia, “Su Buginu”.
Nessuno conosceva la sua identità ma tutti sapevano che abitava in quel perimetro che oggi si chiama Largo Quadrato Frasso.
Il boia, un giorno, si trovò davanti a una dura realtà: gli portarono per mezzo di un carro, un condannato al patibolo e nell’atto di incappucciarlo si rese conto che si trattava di suo figlio, scappato di casa tempo prima.
In preda alla disperazione e con lo spirito di un padre che farebbe di tutto per suo figlio decise di approfittare del fatto che nessuno conoscesse la sua identità d’esecutore e decise di salvarlo facendogli promettere di riaffacciarsi a una vita onesta. Si scambiarono così i vestiti e anche i ruoli. Non fu il padre a uccidere il figlio ma il figlio a uccidere suo padre.
Si tratta di un modo di dire che racconta la generosità e l’affetto di un padre nei confronti di suo figlio, un padre che decise di morire per farlo vivere.
Col tempo però questo significato mutò e questa storia divenne il racconto dell’egoismo di un figlio, che per salvarsi, non guarda in faccia nessuno, nemmeno suo padre.
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Ogni mercoledì, sui profili social di Sardegna1 e de L’Unione Sarda, l’appuntamento è con la rubrica in lingua sarda di Gianni Zanata, in cui ci spiega i significati, le origini, di parole e modi di dire. Nella rubrica spazio anche ai racconti e alle leggende della nostra amata Sardegna.
A cura di Enzo Asuni, social media manager del Gruppo L’Unione Sarda nella rubrica Social Trends.