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Rafforzare il diritto – a cura di Antonello Menne Fabio Leoni
L’intercettazione della cosiddetta “Flotilla” diretta verso Gaza ha riacceso il dibattito internazionale sul rispetto del diritto umanitario e delle norme che regolano le operazioni in mare. Le imbarcazioni, fermate dalla marina israeliana in acque internazionali secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, trasportavano attivisti e aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese. Dopo il sequestro delle navi, diversi attivisti sono stati trasferiti in Israele e trattenuti dalle autorità.

A suscitare indignazione internazionale sono state soprattutto le immagini diffuse dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, nelle quali alcuni attivisti appaiono inginocchiati, bendati e ammanettati. Il video, pubblicato sui social dallo stesso ministro, è stato interpretato da molti governi europei come una grave umiliazione della dignità delle persone coinvolte. La reazione diplomatica è stata immediata.
Il governo italiano ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti e ha espresso una dura condanna per il trattamento riservato agli attivisti. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto con parole molto severe, definendo quanto accaduto “un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali“. Parallelamente, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto all’Unione europea di valutare sanzioni nei confronti di Ben-Gvir.
Tra le misure ipotizzate figurano il congelamento di eventuali beni presenti nell’UE e restrizioni all’ingresso nei Paesi membri. Anche la Procura di Roma ha avviato accertamenti preliminari sulla vicenda, acquisendo immagini e testimonianze relative al fermo degli attivisti italiani. L’episodio mostra ancora una volta quanto sia difficile trovare un equilibrio tra sicurezza nazionale, diritto internazionale e tutela dei diritti umani. Israele continua a rivendicare la legittimità delle proprie operazioni militari, mentre numerosi governi e organizzazioni internazionali contestano metodi e proporzionalità di alcune azioni. In questo clima, ogni gesto simbolico o comunicativo rischia di aggravare ulteriormente le tensioni.
È importante ricordare, tuttavia, che il governo di Netanyahu non rappresenta l’intera società israeliana. All’interno del Paese esistono forti divisioni politiche e molti cittadini, ebrei e arabi, chiedono una soluzione diplomatica al conflitto e una prospettiva di convivenza pacifica. Il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, in occasione del conferimento del premio per l’unità di Gerusalemme, ha affermato che è vietato abusare degli arrestati e ha stigmatizzato la terribile ondata di aggressioni perpetrate da bande senza legge contro i palestinesi in Cisgiordania.
Queste autorevoli parole dicono del conflitto interno israeliano – tranchant è stata la risposta dello stesso Ben-Gvir – e delle difficoltà a riprendere il percorso della legalità. Allo stesso modo, nel mondo palestinese cresce il bisogno di sicurezza, dignità e stabilità dopo anni di guerra e sofferenza. La storia insegna che la pace non può nascere dall’umiliazione né dall’uso permanente della forza. Il diritto internazionale, le convenzioni umanitarie e il ruolo delle organizzazioni internazionali restano strumenti fondamentali per limitare la violenza e favorire il dialogo. Rafforzare queste istituzioni significa difendere la possibilità di una convivenza futura fondata sul rispetto dei diritti, delle differenze culturali e della dignità umana. In un tempo segnato da conflitti e polarizzazioni, trasmettere alle nuove generazioni il valore del diritto, della pace e del rispetto reciproco è forse una delle responsabilità più importanti della comunità internazionale.
Antonello Menne
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