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Gli Editoriali de L'Unione Sarda

Sa Die, domande sempre attuali – di Salvatore Cubeddu

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L’Intervento del 28 aprile 2026 – Sa Die, domande sempre attuali

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    Sa Die, domande sempre attuali – di Salvatore Cubeddu Manuel Cozzolino

Quando, nel 1793, gli Stamenti del Regno di Sardegna presentarono al sovrano le celebri “Cinque domande”, misero a fuoco un nodo che attraversa tutta la storia sarda: chi governa davvero l’isola, chi occupa le cariche, dove si prendono le decisioni che riguardano il Popolo sardo.

La bandiera dei Quattro Mori

Il loro rifiuto aprì una crisi profonda, che portò alla sollevazione del 28 aprile 1794, data che oggi ricordiamo come Sa Die de sa Sardigna. Da allora quella frattura, in forme diverse, non si è mai ricomposta. Riappare carsicamente nella storia dell’isola, in molteplici espressioni di malessere.

Dunque oggi il contesto è certamente cambiato, ma la domanda resta intatta: chi decide per la Sardegna? Il Comitato di Sa Die de sa Sardigna, al cui interno operano da decenni numerose associazioni culturali, ha pubblicato il documento delle “cinque domande 2026”, di cui riproduciamo una sintesi.

1. Guerra e Mediterraneo: il Mediterraneo è attraversato da conflitti, tensioni militari, interessi energetici e competizione tra potenze. In questo scenario la Sardegna occupa una posizione strategica, ma non la governa.

La Sardegna subisce queste logiche, che non ha deciso e in gran parte rifiuta. La domanda è questa: quale posizione mediterranea e internazionale vuole esprimere la Sardegna, e con quali strumenti politici intende sostenerla?

Noi vogliamo la pace ed il rispetto del diritto internazionale. Non accettiamo un mondo dove una piccola cricca di super-ricchi rende servi e coloni il resto degli abitanti. Non è questo il destino dell’Occidente.

2. Demografia: la Sardegna vive un inverno demografico devastante. Interi territori si svuotano, le opportunità si concentrano in pochi centri. Sempre più giovani partono, spesso senza ritorno.

La domanda è questa: quale piano strutturale, continuativo e credibile per invertire la tendenza e rendere possibile restare o tornare? Servono politiche che tengano insieme lavoro, welfare, sanità, scuola, mobilità, casa, cultura, innovazione. Serve una politica che conosca i territori e agisca in modo mirato. E serve rimettere il lavoro al centro.

3. Servitù e modello di sviluppo. La Sardegna è segnata da una lunga storia di servitù: militari, energetiche, industriali, penitenziarie.

Queste servitù si possono affrontare una per una oppure è giunto il momento di affrontare alla radice la Questione sarda? La Sardegna intende continuare a subire queste dinamiche oppure costruire un modello di sviluppo scelto e condiviso? Per farlo serve aprire una vertenza politica organica con lo Stato.

4. Identità, innovazione e intelligenza artificiale: la lingua e la cultura sono parte del futuro, non un elemento marginale. Il sardo è una risorsa storica e civile che deve entrare nella scuola, nei servizi, nei media, nelle tecnologie.

La trasformazione tecnologica accelera questa sfida. L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui si produce conoscenza, si organizzano i servizi, si sviluppano le economie. Può aumentare dipendenze oppure diventare uno strumento accessibile, orientato al bene comune.

La domanda è questa: vuole la Sardegna usare lingua, saperi e tecnologia come leve di emancipazione, oppure restare dentro modelli costruiti altrove?

5. I poteri: tutte queste questioni si tengono insieme. Senza potere politico effettivo, restano intenti improduttivi sul piano delle ricadute concrete.

La domanda è anzitutto alla volontà politica della nostra classe dirigente: vogliamo dotarci degli strumenti per decidere davvero? Serve aprire un percorso costituente, un processo democratico che porti all’elezione di una assemblea costituente sarda, capace di scrivere un nuovo Statuto e ridefinire l’autogoverno dell’isola perseguendo un orizzonte di piena autodeterminazione.

Stante la dichiarata volontà dell’attuale Consiglio regionale di provvedere ad approvare la “legge statutaria”, si suggerisce di inserire in tale testo regole innovative con specifico riferimento alla modifica dello Statuto Speciale della Sardegna.

Prima di arrivare in parlamento, un referendum popolare dovrebbe approvare il nuovo cammino scelto dai Sardi. Si tratta di ampliare le competenze nei settori strategici e costruire strumenti più efficaci di partecipazione e decisione. Nuovi poteri che incidano nella vita quotidiana, che orientino lo sviluppo, che permettano di difendere gli interessi della Sardegna.

Le Cinque domande del Settecento nascevano da una richiesta di dignità politica. Quelle di oggi nascono dalla stessa esigenza. Le condizioni sono cambiate, il problema di fondo no.

Salvatore Cubeddu
Presidente del Comitato per Sa Die


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