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Sanità, resta tutto fermo – di Franco Meloni Fabio Leoni
Dopo due anni e mezzo dalle elezioni la sanità sarda è esattamente dove si trovava il giorno dell’insediamento della Giunta Todde: ferma, impantanata e avvolta da un’incertezza amministrativa che non si vedeva dal 1995, gli albori del Servizio sanitario regionale in Sardegna. Anzi, con un’aggravante dovuta solo alle scelte gestionali della Giunta cui si è opposto inutilmente persino il principale partito della maggioranza. La vicenda dei direttori generali ne è la dimostrazione più clamorosa.

Come era ampiamente prevedibile, l’iter dei ricorsi presentati dagli ex manager sta seguendo il suo corso naturale. Nei giorni scorsi il Ministero della Salute, chiamato a esprimere il proprio parere sui ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica presentati da alcuni di loro, ha sostanzialmente confermato ciò che molti – e non occorreva davvero una laurea in giurisprudenza – sostenevano fin dall’inizio: le nomine della Giunta Todde poggiano su una norma che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima.
Difficile immaginare un epilogo diverso. Parallelamente, altri ricorsi stanno seguendo il percorso davanti al Tar Sardegna e sono approdati anche in Cassazione. Il quadro si fa ogni giorno più chiaro: il reintegro giudiziario degli ex direttori generali appare uno scenario sempre più concreto, almeno fino alla naturale scadenza del loro incarico alla fine del 2026. Poi arriverà il conto. Perché oltre al danno politico ci sarà quello economico.
Se i giudici dovessero riconoscere il diritto al risarcimento, saranno soldi sonanti che usciranno dalle casse pubbliche. E allora sarà interessante capire su quali specchi si arrampicheranno la presidente Todde e i suoi assessori per sostenere che nessuno debba rispondere di decisioni assunte in evidente contrasto con il quadro costituzionale. La magistratura può sbagliare, come ogni istituzione, ma difficilmente gradisce che le proprie pronunce vengano aggirate o ignorate: i giudici – notoriamente – hanno un livello di suscettibilità basso.
Lo scenario più probabile è ormai sotto gli occhi di tutti: ritorno dei vecchi direttori generali, nuovi bandi entro la fine dell’anno, nuove nomine e, con ogni probabilità, una nuova stagione di ricorsi, in una sorta di interminabile gioco dell’oca nel quale l’unico a rimetterci è il servizio sanitario regionale e in cui saranno andati perduti tre anni. Ed è questa la vera sconfitta della Giunta Todde. Dopo tre anni di governo non c’è una riforma strutturale che abbia cambiato il volto del sistema sanitario regionale.
Le liste d’attesa restano interminabili, i pronto soccorso continuano a lavorare in condizioni proibitive, la medicina territoriale è immobile, le carenze di personale sono drammatiche e cittadini continuano a cercare cure fuori dall’isola. L’unico risultato concreto rivendicabile è il completamento delle Case della Comunità. Un intervento importante, che però rappresenta in sostanza la conclusione di un percorso progettato e finanziato nella precedente legislatura grazie alle risorse del PNRR.
Il vero banco di prova comincia adesso: farle funzionare. Ed è questa la fotografia impietosa della sanità dell’era Todde, le strutture esistono ma manca ciò che le rende vive: il personale, medici, infermieri e professionisti sanitari. Soprattutto manca una strategia credibile per attrarli e trattenerli. Il Governo aveva tentato di riformare in una direzione più moderna il ruolo dei medici di famiglia, ma opposizioni corporative e incertezze della maggioranza a Roma hanno prodotto un accordo al ribasso.
Sarà sufficiente almeno per avviare le Case della Comunità? È lecito dubitarne. La dura realtà cui ci troviamo davanti è che la sanità sarda ha perso quasi tre anni preziosi. Tre anni consumati tra annunci, scontri politici, ricorsi e nomine contestate. b
E mentre i tribunali si preparano a rimettere ordine nel caos amministrativo, appaiono sullo sfondo due domande: chi restituirà ai sardi il tempo perduto? Riuscirà prima o poi la giunta a cavare il proverbiale ragno dal buco? Mah, come direbbe il Manzoni, ai posteri l’ardua sentenza.
Franco Meloni
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