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Stretta sulla criminalità minorile dopo i disordini a Milano Egidiangela Sechi, Nicola Scano
Il nuovo decreto sicurezza, approvato dal Consiglio dei Ministri dopo i recenti disordini e saccheggi a Milano e in altre città italiane, introduce nuove misure per contrastare la violenza durante le manifestazioni e affrontare il fenomeno della criminalità minorile. Sul provvedimento e sulle cause delle proteste giovanili interviene Nicola Scano, vicedirettore del TG di Videolina, che richiama l’attenzione sulla necessità di affiancare alla fermezza delle istituzioni una riflessione sulle ragioni del disagio sociale. Garantire la sicurezza è fondamentale, ma occorre anche capire perché tanti giovani sentano di non avere voce, prospettive e opportunità per costruire il proprio futuro.

Il nuovo decreto sicurezza arriva dopo gli episodi di violenza che hanno interessato diverse città italiane. Tra le misure previste figurano un nuovo reato legato alla partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche, disposizioni più severe contro i danneggiamenti di gruppo e interventi che riguardano anche i minorenni. Il provvedimento prevede inoltre il rafforzamento della presenza dei militari a Milano.
Secondo Nicola Scano, tuttavia, la questione non può essere affrontata esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Le proteste che attraversano l’Europa nascono da contesti differenti: in alcuni Paesi il tema centrale è l’istruzione, in altri il diritto alla casa, mentre in Italia pesano anche il caro vita e le difficoltà economiche.
Non si tratta necessariamente di un unico movimento europeo, ma esiste un terreno comune: la crescente difficoltà dei giovani nel conquistare autonomia e la sensazione che l’impegno personale non sia più sufficiente a migliorare la propria condizione. Una situazione che chiama in causa la politica, la capacità dei governi di rispondere ai bisogni concreti e il ruolo degli adulti nel coinvolgere le nuove generazioni nelle decisioni che le riguardano.
Un punto centrale della riflessione di Scano riguarda la distinzione tra chi manifesta pacificamente e chi commette atti di violenza. I saccheggi, la distruzione delle vetrine e gli scontri con le forze dell’ordine non possono essere confusi con il diritto di esprimere il proprio dissenso. Allo stesso modo, i responsabili dei disordini non possono essere considerati rappresentativi di un’intera generazione.
Nelle piazze convivono persone che protestano pacificamente, gruppi violenti e soggetti che approfittano della confusione. Distinguere questi comportamenti è indispensabile per individuare le responsabilità senza criminalizzare indiscriminatamente i giovani.
L’attenzione si estende anche ai social network, che possono diventare strumenti di diffusione degli appelli e di organizzazione delle iniziative. Comprendere come si formano i gruppi e come si alimentano le tensioni online è importante per prevenire episodi di violenza. Per Scano, la fermezza deve quindi accompagnarsi alla conoscenza del fenomeno, senza confondere il rafforzamento dei controlli con la rinuncia a comprendere le cause del disagio.
Un ulteriore elemento riguarda il rischio che le proteste giovanili e il tema della sicurezza diventino terreno di scontro tra i partiti, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche. Secondo Scano, ridurre il dibattito a una contrapposizione tra maggioranza e opposizione rischia di distogliere l’attenzione dalle difficoltà che stanno vivendo le nuove generazioni.
Il problema è parlare dei giovani quando serve al confronto politico, senza garantire loro un ascolto reale e strumenti concreti di partecipazione. In questa prospettiva si inserisce anche la proposta di estendere il diritto di voto ai sedicenni, che riapre il dibattito sul coinvolgimento dei ragazzi nella vita pubblica.
Accanto alle responsabilità delle istituzioni, Scano richiama quelle delle famiglie e della comunità adulta. La prevenzione della violenza non può dipendere soltanto dai decreti sicurezza e dall’attività delle forze dell’ordine: richiede attenzione educativa, capacità di riconoscere i segnali di disagio e occasioni concrete di confronto.
La mobilitazione, da sola, non garantisce una rappresentanza né la capacità di costruire una trattativa con le istituzioni. Senza obiettivi condivisi e interlocutori riconoscibili, il rischio è alimentare ulteriore sfiducia. La sfida è trasformare la frustrazione in partecipazione e proposte concrete, mantenendo netta la distinzione tra il diritto di manifestare e qualsiasi forma di violenza.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
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