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Autismo in Sardegna, il ruolo della fondazione A18 nel sostegno agli adulti Francesca Figus, Paola Scano
Il dibattito sull’autismo torna centrale dopo il caso Barbie, mentre in Sardegna emergono modelli avanzati ma ancora incompleti per accompagnare le persone autistiche nell’età adulta. “Più se ne parla, più le famiglie si sentono meno sole e più la società diventa accogliente”, afferma Paola Scano, presidente della fondazione A18.

In Sardegna esistono esperienze innovative, come il Centro per l’autismo del Brotzu, attivo dal 2003 e punto di riferimento nazionale per diagnosi e interventi specialistici. “Il Brotzu ha portato conoscenze dagli Stati Uniti e ha seguito tantissimi bambini, diffondendo una cultura dell’intervento mirato e altamente specializzato”, spiega Paola Scano in collegamento con Radiolina.
L’aumento dei casi di autismo resta un tema complesso, tra diagnosi più precise e una condizione eterogenea che rende difficile una lettura univoca dei dati. “Parliamo di una condizione vastissima, con livelli diversi di necessità, ed è sempre difficile stabilire numeri certi”, sottolinea la presidente della fondazione A18.
Il passaggio all’età adulta rappresenta la fase più critica, perché i ragazzi escono dal sistema scolastico e sanitario strutturato, restando spesso a carico esclusivo delle famiglie. “A diciotto anni diventano adulti, ma non possono essere abbandonati a se stessi”, dichiara Scano con decisione.
La Regione Sardegna ha attivato centri diurni e residenziali dedicati all’autismo adulto, ma la strada verso una vera inclusione sociale resta lunga e impegnativa. “Sapere che mio figlio può vivere la città senza essere guardato con curiosità morbosa è il vero segno di consapevolezza”, conclude Paola Scano.
Intervista a cura di Francesca Figus – Giornalista de L’Unione Sarda
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