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24 agosto 1991: 35 anni fa l’Ucraina diventava indipendente Giuseppe Valdes
Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamava la propria indipendenza dall’Unione Sovietica. Nello stesso giorno Michail Gorbaciov si dimetteva da segretario generale del Partito Comunista sovietico. Sono passati 35 anni e quella data, che allora sembrava annunciare la nascita di una nuova Europa, torna oggi al centro della cronaca mentre la guerra tra Russia e Ucraina continua. A rileggere quei giorni è Paolo Figus, ex direttore de L’Unione Sarda, che in quegli anni seguiva da vicino la politica internazionale.
C’è una correzione storica importante rispetto alla formulazione originaria: Gorbaciov il 24 agosto 1991 lasciò la carica di segretario generale del Partito Comunista dell’Urss, ma non la presidenza dell’Unione Sovietica, dalla quale si dimise il 25 dicembre dello stesso anno. La distinzione è essenziale per comprendere la rapidità con cui, tra agosto e dicembre 1991, il sistema sovietico arrivò alla dissoluzione.

Il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica, pochi giorni dopo il fallito colpo di Stato dei settori conservatori del Partito Comunista contro Gorbaciov. Fu una decisione destinata a cambiare definitivamente gli equilibri dell’Europa orientale e ad accelerare la fine dell’Urss.
La scelta di Kiev sarebbe stata confermata pochi mesi dopo dal voto popolare. Il 1° dicembre 1991 più del 90% degli elettori ucraini votò a favore dell’indipendenza, in un referendum che diede una legittimazione popolare decisiva alla nascita del nuovo Stato. Una settimana dopo, Russia, Ucraina e Bielorussia avrebbero firmato gli accordi di Minsk che sancirono di fatto la fine dell’Unione Sovietica.
«Nel 1991 è crollato tutto l’impianto dell’Unione Sovietica», ricorda Paolo Figus. Non si trattava soltanto dell’indipendenza dell’Ucraina, ma della dissoluzione di un sistema che comprendeva 15 repubbliche sovietiche, destinate a diventare Stati indipendenti nel giro di pochi mesi.
«La Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, i Paesi baltici, la Georgia, l’Azerbaigian, la Moldavia e le altre repubbliche che dipendevano da Mosca diventavano nazioni con proprie istituzioni», ha dichiarato il giornalista.
Il passaggio decisivo, però, era iniziato alcuni anni prima. La crisi del sistema sovietico e il processo che avrebbe portato alla dissoluzione dell’Urss erano profondamente legati alle riforme avviate da Gorbaciov dopo il 1985.
Quando Michail Gorbaciov divenne segretario generale del Partito Comunista sovietico nel 1985, l’Unione Sovietica era ancora una superpotenza, ma il suo sistema economico e politico mostrava profonde difficoltà. Gorbaciov tentò di riformarlo senza inizialmente immaginare la scomparsa dell’Urss.
Le due parole che identificarono quella stagione furono perestrojka e glasnost. La perestrojka indicava la ristrutturazione del sistema economico e politico; la glasnost significava invece maggiore trasparenza e apertura nel dibattito pubblico. Le riforme ridussero progressivamente il controllo esercitato dal Partito Comunista sulla società e favorirono una libertà di discussione impensabile negli anni precedenti.
«Gorbaciov cambiò profondamente il modo di vedere l’Unione Sovietica», spiega Figus. La libertà di parola aumentò, i dissidenti tornarono sulla scena pubblica e il rapporto con l’Occidente cambiò radicalmente. Anche i rapporti con gli Stati Uniti divennero più distesi, attraverso gli incontri con Ronald Reagan e George H. W. Bush.
Il cambiamento non riguardò soltanto Mosca. Gorbaciov scelse di non utilizzare sistematicamente la forza militare per impedire le trasformazioni politiche nell’Europa orientale. Nel 1989 cadde il Muro di Berlino, mentre i regimi comunisti dell’Europa orientale entravano rapidamente in crisi. La fine della Guerra fredda appariva sempre più vicina.
Nel 1990 arrivò anche il Premio Nobel per la pace, assegnato a Gorbaciov per il suo ruolo nel processo di distensione internazionale. Ma le riforme avevano aperto una contraddizione che sarebbe diventata impossibile da governare: più libertà significavano anche più spazio per chi chiedeva democrazia, autonomia e indipendenza dalle autorità di Mosca.
La svolta arrivò nell’agosto 1991. Tra il 18 e il 21 agosto un gruppo di esponenti conservatori tentò di rovesciare Gorbaciov, che si trovava in vacanza in Crimea. Il colpo di Stato fallì anche grazie alla mobilitazione guidata dal presidente della Repubblica russa Borís Nikoláevič Él’cin.
Dopo il fallimento del golpe, però, il potere di Gorbaciov era ormai fortemente indebolito. Il Partito Comunista aveva perso gran parte della propria autorità e le repubbliche sovietiche accelerarono il percorso verso l’indipendenza.
Il 24 agosto Gorbaciov lasciò la carica di segretario generale del Partito Comunista sovietico. Nello stesso giorno l’Ucraina dichiarò la propria indipendenza. Sono due eventi che, osservati a 35 anni di distanza, raccontano perfettamente la rapidità con cui il vecchio ordine stava crollando.
La dissoluzione formale dell’Urss arrivò a dicembre. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimise da presidente dell’Unione Sovietica e il 31 dicembre l’Urss cessò ufficialmente di esistere.
«Fu una cosa complicatissima», sottolinea Figus. «Le riforme economiche incontrarono enormi ostacoli e la stessa glasnost, cioè la trasparenza, modificò un sistema che per decenni aveva funzionato attraverso un controllo rigidissimo».
Il paradosso di Gorbaciov è proprio questo: voleva riformare l’Unione Sovietica, non necessariamente distruggerla, ma le sue riforme contribuirono ad aprire le porte alla sua dissoluzione. La storia gli avrebbe riconosciuto un ruolo decisivo nella fine della Guerra fredda, ma in Russia la sua figura sarebbe rimasta molto più controversa.
Trentacinque anni dopo, il rapporto tra Russia e Ucraina è tornato a rappresentare uno dei nodi centrali della sicurezza europea. L’Ucraina che nel 1991 nasceva come Stato indipendente ha progressivamente rafforzato i propri rapporti con l’Europa e ha intrapreso un percorso di avvicinamento alle istituzioni occidentali.
La relazione con Mosca è invece diventata sempre più conflittuale. Nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea e il conflitto nel Donbas ha aperto una nuova fase di confronto. Nel febbraio 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina, trasformando il conflitto in una guerra che ha coinvolto direttamente gli equilibri politici e militari dell’intero continente.
Secondo Figus, uno dei punti centrali della crisi riguarda proprio il rapporto tra Ucraina e Occidente: «La Russia considera l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato come una minaccia ai propri confini». È una delle motivazioni strategiche utilizzate da Mosca per spiegare le proprie scelte, ma non equivale a una giustificazione dell’invasione russa dell’Ucraina.
La guerra è entrata nel suo quinto anno. I combattimenti, gli attacchi contro le città ucraine e la pressione sulle infrastrutture continuano, mentre la diplomazia cerca una strada verso il cessate il fuoco. Le trattative restano però condizionate soprattutto dalle questioni territoriali e dalle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. A febbraio 2026 Reuters riferiva che i negoziati erano ancora bloccati dalle dispute territoriali.
Il confronto tra 1991 e 2026 è inevitabile. Trentacinque anni fa la caduta dell’Urss sembrava aprire una fase completamente nuova per l’Europa. Oggi, nel giorno dell’indipendenza ucraina, l’Europa è invece alle prese con la guerra più grave sul continente degli ultimi decenni.
A Kiev la giornata del 24 agosto 2026 coincide con un’intensa attività diplomatica. La Coalizione dei Volenterosi, formata dai Paesi che sostengono l’Ucraina, continua a discutere il futuro della sicurezza europea e le condizioni per arrivare a una pace. Il 24 agosto è prevista una riunione a Kiev con la partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e dei leader europei.
La situazione militare resta tuttavia drammatica. Nei giorni precedenti alla ricorrenza dell’indipendenza, Kiev è stata colpita da nuovi attacchi russi, mentre Zelensky ha chiesto agli alleati un rafforzamento della difesa aerea. La Francia ha annunciato l’accelerazione delle consegne di sistemi e missili destinati alla difesa dell’Ucraina.
«La guerra continua e continua a produrre morti e lutti», osserva Figus. «L’Ucraina ha ricevuto l’aiuto dell’Europa e oggi si cerca una soluzione diplomatica». Il quadro internazionale resta però complesso e la pace non è ancora stata raggiunta.
È qui che la figura di Gorbaciov torna inevitabilmente nella discussione. Il leader sovietico non può essere sovrapposto alla Russia di Vladimir Putin e l’Urss non può essere confusa con l’attuale Federazione Russa. Sono realtà politiche e storiche differenti. Ma il filo che unisce il 1991 al presente è il destino dello spazio post-sovietico e, soprattutto, il rapporto irrisolto tra Mosca, Kiev e l’Europa.
Il 24 agosto 1991 rappresentò una delle date decisive del Novecento europeo: l’Ucraina dichiarava l’indipendenza, Gorbaciov abbandonava la guida del Partito Comunista sovietico e l’intero sistema costruito intorno all’Urss entrava nella sua fase terminale.
«Il cambiamento fu gigantesco», racconta Paolo Figus, ex direttore de L’Unione Sarda. Ma quello che sembrava essere il capitolo finale della Guerra fredda non avrebbe chiuso definitivamente le questioni lasciate in eredità dalla dissoluzione dell’Urss.
Trentacinque anni dopo, Ucraina e Russia sono ancora al centro della storia europea. Nel 1991 l’Ucraina conquistava la propria indipendenza attraverso un voto parlamentare e poi attraverso un referendum popolare. Nel 2026 celebra quella stessa indipendenza mentre combatte per difendere la propria sovranità.
Il significato della ricorrenza è quindi doppio. È la memoria di un giorno in cui un impero si dissolse senza una nuova guerra mondiale, ma è anche il promemoria di quanto sia difficile trasformare la fine di un vecchio ordine in una pace stabile e duratura.
Gorbaciov aveva contribuito a rendere possibile una nuova Europa fondata sul dialogo tra Est e Ovest. La domanda che resta oggi è se l’Europa riuscirà finalmente a costruire quella pace che nel 1991 sembrava ormai a portata di mano.
Intervista a cura di Francesca Figus
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