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Report senza Ranucci: cosa può succedere e chi decide? Giuseppe Valdes
Report è di Sigfrido Ranucci o della Rai? Chi può decidere chi conduce il programma e quali sono i limiti dell’azienda sul piano professionale? Sono alcune delle domande che stanno alimentando il dibattito attorno al futuro dello storico programma di inchiesta di Rai 3 e del suo conduttore. Al di là delle vicende giudiziarie che riguardano Ranucci, che non sono al centro di questa analisi, il caso pone una questione più ampia sul funzionamento dell’informazione del servizio pubblico. A fare chiarezza è Bepi Anziani, editorialista de L’Unione Sarda ed ex direttore del Tg di Videolina, che invita a distinguere la proprietà editoriale di un programma dall’indipendenza professionale del giornalista.

Il punto di partenza, secondo Anziani, è distinguere due concetti che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: l’autonomia professionale del giornalista e la titolarità editoriale del programma. Sigfrido Ranucci è un giornalista dipendente della Rai e ha costruito negli anni una posizione di grande rilievo all’interno dell’azienda, ma questo non significa che sia il proprietario di Report. Il programma appartiene infatti alla Rai, che in quanto editore ha responsabilità sulla sua organizzazione e sulla sua collocazione nel palinsesto. La questione diventa quindi capire fino a dove possano arrivare le decisioni dell’azienda e quali garanzie debbano essere rispettate nei confronti del giornalista.
Anziani sottolinea che l’indipendenza professionale di Ranucci deve essere tutelata, così come quella di qualsiasi altro giornalista. Un eventuale cambio di incarico, però, non sarebbe di per sé una violazione dell’autonomia giornalistica: nel mondo dell’informazione possono cambiare direttori di testata, caporedattori, corrispondenti e responsabili di programmi. Il problema nascerebbe se una modifica dell’incarico venisse utilizzata come strumento di pressione, censura o ritorsione. Per questo, secondo l’ex direttore del Tg di Videolina, bisogna tenere distinti il diritto dell’azienda a organizzare il lavoro e il diritto del giornalista a esercitare la propria professione senza condizionamenti.
La questione assume particolare rilievo nel caso di Report, perché il programma è diventato negli anni fortemente identificato con le persone che lo hanno guidato. Prima Milena Gabanelli e poi Sigfrido Ranucci hanno dato alla trasmissione una riconoscibilità molto forte, trasformando il conduttore in una parte essenziale dell’identità percepita dal pubblico. Questo, tuttavia, non modifica automaticamente la titolarità editoriale della trasmissione. È proprio questa distinzione che, secondo Anziani, permette di affrontare il caso senza trasformare la discussione sulla conduzione in una disputa sulla proprietà del programma.
Per comprendere il caso Report bisogna guardare anche alla particolare organizzazione della Rai. I programmi di approfondimento giornalistico non sono tutti inseriti nelle tradizionali testate dei telegiornali, come Tg1, Tg2 e Tg3, ma fanno capo alla Direzione Approfondimento. È una struttura che produce programmi di informazione e giornalismo televisivo e che presenta una configurazione diversa rispetto a una normale testata giornalistica. Secondo Anziani, proprio questa caratteristica rende più complessa l’individuazione delle responsabilità editoriali e dei rapporti gerarchici.
L’ex direttore del Tg di Videolina paragona questa situazione a quella di una tradizionale azienda editoriale, nella quale esiste una catena di responsabilità facilmente riconoscibile, dal direttore responsabile ai vicedirettori, fino ai caporedattori e ai giornalisti. Nella Rai, invece, la presenza di una Direzione Approfondimento che gestisce numerosi programmi giornalistici senza coincidere con una testata tradizionale crea una struttura più articolata. Il problema non riguarda il fatto che i giornalisti non siano dipendenti dell’azienda: lo sono. Riguarda piuttosto il modo in cui vengono distribuite le responsabilità editoriali e organizzative sui singoli programmi.
Secondo Anziani, la Rai ha costruito una soluzione organizzativa più complessa rispetto ad altri grandi operatori televisivi. Questa complessità può diventare particolarmente evidente quando un programma è fortemente identificato con il proprio conduttore e quando si discute di un possibile cambio alla guida. In quel momento diventa necessario capire chi abbia l’ultima parola sulla conduzione, quale sia il ruolo della direzione e quali siano le competenze della redazione. Il caso Report, dunque, non riguarda soltanto Ranucci, ma mette sotto i riflettori il modello con cui la Rai organizza il proprio giornalismo d’approfondimento.
La domanda che sta alimentando maggiormente il dibattito è semplice: la Rai può sostituire Sigfrido Ranucci alla conduzione di Report? La risposta, nell’analisi di Anziani, non può essere ricondotta a un semplice sì o no, perché bisogna considerare contemporaneamente il potere editoriale dell’azienda e i diritti professionali del giornalista. Se la Rai è titolare del programma, può naturalmente intervenire sull’organizzazione della trasmissione e sulla scelta del conduttore, ma ogni decisione deve rispettare il contratto e la professionalità del giornalista. Un cambio di ruolo, inoltre, non dovrebbe diventare una forma indiretta di censura.
È questa la distinzione che Anziani considera fondamentale: difendere l’autonomia giornalistica non significa sostenere che il conduttore sia intoccabile. Un direttore di telegiornale può essere sostituito, un corrispondente può cambiare sede e un caporedattore può ricevere un nuovo incarico senza che questo rappresenti automaticamente un attacco alla libertà di stampa. Lo stesso principio, secondo Anziani, può essere applicato a un conduttore di un programma televisivo. La vera discriminante è il motivo della decisione e il rispetto delle garanzie professionali previste per il giornalista.
Il dibattito diventa quindi più ampio rispetto alla singola persona. Se Ranucci dovesse lasciare Report, la domanda sarebbe anche quale modello editoriale sceglierebbe la Rai per il futuro della trasmissione. Un programma di successo può sopravvivere al cambio del conduttore, ma quando una trasmissione ha costruito negli anni una forte identità personale, la sostituzione del volto principale può avere conseguenze importanti anche sulla percezione del pubblico. È quello che è accaduto, in forme diverse, a molti programmi televisivi diventati nel tempo inseparabili dai loro conduttori.
Per Anziani, un confronto utile è quello con Mediaset e Sky, perché consente di capire quanto l’organizzazione editoriale possa incidere sulla gestione dei programmi giornalistici. Mediaset ha concentrato una parte importante dell’informazione e dell’approfondimento nella struttura Video News, una realtà editoriale riconoscibile che produce diversi programmi. Sky, invece, concentra gran parte della propria informazione nella testata Sky TG24. In entrambi i casi, secondo l’analisi di Anziani, la catena editoriale e le responsabilità giornalistiche risultano più immediatamente identificabili.
La particolarità della Rai sta invece nel modello della Direzione Approfondimento, che riunisce numerosi programmi giornalistici pur non coincidendo con una testata tradizionale. Questa scelta può avere una sua logica organizzativa e produttiva, ma rende più delicato il rapporto tra direzione, redazioni e conduttori quando si apre una controversia. La domanda diventa quindi non soltanto chi conduce un programma, ma chi ne determina l’impostazione editoriale e chi assume la responsabilità delle decisioni. È proprio su questo terreno che il caso Report assume una rilevanza che va oltre la figura di Ranucci.
Il confronto con Mediaset e Sky mostra quindi che non esiste un unico modo di organizzare il giornalismo televisivo, ma esistono modelli differenti di responsabilità editoriale. Per Anziani, una struttura più chiara rende anche più semplice capire chi abbia il potere di intervenire sui programmi e quali siano le responsabilità dei singoli livelli gerarchici. Nel caso Rai, invece, la sovrapposizione tra programmi di approfondimento, direzione editoriale e struttura aziendale può rendere il quadro più difficile da leggere per il pubblico. Ed è proprio questa difficoltà che contribuisce ad alimentare il caso Report.
Il dibattito non riguarda soltanto la struttura della Rai, ma anche il modello di giornalismo rappresentato da Report. Anziani riconosce l’importanza del giornalismo d’inchiesta e il valore di molti lavori realizzati dalla trasmissione, ma spiega di preferire un metodo differente. La sua idea di giornalismo parte dai fatti e lascia che siano le verifiche a determinare la direzione dell’inchiesta, senza partire necessariamente da una tesi precostituita.
La critica, quindi, riguarda soprattutto il metodo e non la legittimità del programma. Anziani osserva che in alcune inchieste di Report può emergere la sensazione che indizi, elementi e suggestioni vengano organizzati intorno a una tesi iniziale, producendo una narrazione particolarmente forte. È un’opinione editoriale, che non mette in discussione il diritto di Report a realizzare inchieste né il valore del giornalismo investigativo. Al contrario, il confronto tra approcci diversi può essere considerato parte integrante del lavoro giornalistico.
Questo punto è importante anche per evitare un equivoco: criticare un programma o un giornalista non significa volerlo censurare. Nel sistema dell’informazione la critica professionale è parte del confronto e riguarda inevitabilmente anche chi lavora nel servizio pubblico. Secondo Anziani, il giornalismo deve essere sottoposto alla valutazione del pubblico, dei colleghi e dell’opinione pubblica, mantenendo però sempre ferme le garanzie di indipendenza e professionalità.
Se la Rai decidesse effettivamente di cambiare la conduzione, resterebbe da capire chi potrebbe prendere il posto di Ranucci e soprattutto quale linea editoriale avrebbe il nuovo Report. Anziani non indica un possibile successore e sottolinea che la Rai dispone di numerosi giornalisti con esperienza, ma la scelta avrebbe inevitabilmente un peso importante. Il programma è infatti legato alla propria identità televisiva e al rapporto costruito negli anni con il pubblico.
La vera incognita, però, potrebbe riguardare il metodo. Report continuerà sulla strada del giornalismo d’inchiesta costruito negli anni oppure la Rai potrebbe scegliere un’impostazione più centrata sulla verifica dei fatti e meno sulla costruzione narrativa? Per Anziani è possibile immaginare un giornalismo «un pochino meno di tesi, un pochino più di fatti», nel quale l’inchiesta parta dalle informazioni disponibili e lasci che siano gli elementi raccolti a determinare le conclusioni.
È una prospettiva che apre una discussione più ampia sul futuro dell’approfondimento televisivo italiano. Il caso Report non riguarda soltanto chi siederà davanti alle telecamere, ma anche il modo in cui il servizio pubblico intende interpretare il giornalismo d’inchiesta, quali responsabilità vuole attribuire alle proprie strutture e quale rapporto intende costruire tra conduttori, redazioni e direzioni. Qualunque sarà la decisione sulla conduzione, il vero tema resterà quindi il modello editoriale che la Rai sceglierà di adottare.
Alla fine, il caso Ranucci porta alla luce una domanda molto più grande: chi decide davvero il futuro di un programma Rai? La risposta, secondo l’analisi di Bepi Anziani, parte da un dato fondamentale: Report è un programma della Rai e non appartiene personalmente al suo conduttore. Questo riconoscimento della titolarità editoriale dell’azienda deve però convivere con la tutela dell’indipendenza professionale del giornalista, che non può essere sacrificata per ragioni politiche o utilizzata come strumento di ritorsione.
Il punto di equilibrio è quindi nella distinzione tra potere editoriale e autonomia giornalistica. La Rai deve poter organizzare i propri programmi, scegliere i conduttori e modificare gli incarichi, ma le decisioni devono essere motivate e rispettose dei diritti professionali. Allo stesso tempo, un giornalista deve poter continuare a svolgere il proprio lavoro senza pressioni o censure. È proprio questo equilibrio, più ancora del nome del prossimo conduttore, a determinare la qualità del servizio pubblico.
Il futuro di Report diventa così una questione che riguarda tutta la Rai. Se Ranucci resterà alla guida del programma, si dovrà comunque affrontare il tema della struttura e delle responsabilità editoriali; se invece verrà sostituito, la scelta del successore dirà molto sull’idea di giornalismo che l’azienda vuole proporre. Al di là delle polemiche e delle indiscrezioni, il vero interrogativo resta dunque quello sollevato da Anziani: non soltanto chi condurrà Report, ma chi comanda davvero, quali regole valgono e quale giornalismo vuole fare la Rai.
Intervista a cura di Francesca Figus
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