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41 bis in Sardegna, l’allarme: «Carceri al collasso» Manuel Cozzolino
Il trasferimento dei detenuti sottoposti al 41 bis in Sardegna accende l’allarme della Cgil per le possibili ricadute su carceri, sanità, sicurezza, lavoro ed economia regionale. «Il nostro appello è quello di fare fronte unitario per contrastare il provvedimento del Governo di trasferire i detenuti in regime di 41 bis in Sardegna», afferma Simona Fanzecco, segretaria generale della Cgil Sardegna.

Secondo Fanzecco, la Sardegna rischia di subire ulteriormente gli svantaggi legati alla propria condizione insulare, invece di ottenere maggiori strumenti per superarli. «Anziché colmare quelli che sono gli svantaggi, viene utilizzata l’insularità per scaricare sulla Sardegna tutto quello che non piace al resto del Paese».
Uno dei principali nodi riguarda il sistema penitenziario, già alle prese con carenze di personale e condizioni di lavoro difficili per la polizia penitenziaria e gli altri operatori. «Il collasso delle carceri è una delle conseguenze, perché erano già in forte disagio per le forze che operano al loro interno».
La Cgil evidenzia anche le possibili conseguenze sul sistema sanitario sardo, che dovrebbe sostenere ulteriori esigenze assistenziali senza un adeguato rafforzamento delle strutture. «Abbiamo un sistema sanitario che non è adeguato anche per esercitare i diritti di cittadinanza della popolazione».
Per Fanzecco, il tema del 41 bis deve essere affrontato insieme alla sicurezza del territorio e alla prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia regionale. «Dobbiamo costruire un intervento che porti anche alla costruzione di un protocollo sulla legalità per prevenire le infiltrazioni malavitose».
La preoccupazione riguarda anche il possibile impatto sulla economia locale, dagli appalti alle attività imprenditoriali, in un territorio considerato già vulnerabile. «All’interno delle colonie c’è tutta un’infiltrazione che poi compromette il sistema economico, a partire dal sistema degli appalti».
Secondo la Cgil, la questione non riguarda soltanto le strutture penitenziarie, ma l’intero sistema regionale di sicurezza e servizi, compresi i centri di accoglienza e il lavoro degli operatori. «Non stiamo parlando soltanto di organizzare un penitenziario, ma di come strutturare un sistema che possa garantire la sicurezza all’intero territorio regionale».
Da qui la richiesta di una risposta politica condivisa, capace di tutelare i cittadini e le prerogative della Sardegna davanti alle decisioni del Governo. «Dobbiamo cercare di creare un muro affinché la nostra regione possa esercitare realmente il principio di insularità in Costituzione».
Intervista a cura di Matteo Vercelli
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