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Ep. 40 – Nova T Coronae Borealis: esplosione prevista per il 2026 Manuel Floris, Salvatore Orlando
La celebre nova T Coronae Borealis, visibile in media ogni 80 anni, potrebbe riapparire nella primavera del 2026, secondo un nuovo studio dell’INAF di Palermo. L’astrofisico Salvatore Orlando conferma: “Le nostre simulazioni indicano che l’esplosione è compatibile con l’intervallo naturale di circa ottant’anni”. Questa previsione arriva dopo le attese mancate del 2024 e del 2025, mentre il cielo invernale si apre con Sirio, Orione e Giove dominanti.

T Coronae Borealis dista circa 3.000 anni luce ed è composta da una gigante rossa e una nana bianca che interagiscono in modo spettacolare. Orlando spiega: “La nana bianca è piccola come la Terra ma pesa più del Sole e strappa gas alla sua compagna grazie alla sua gravità eccezionale”. Questo processo crea un disco di accrescimento che si accumula fino a raggiungere condizioni critiche.
Quando la nana bianca accumula abbastanza idrogeno, si innescano reazioni termonucleari che aumentano rapidamente la luminosità. Orlando ricorda: “In poche ore la stella diventa fino a 100.000 volte più luminosa, risultando visibile a occhio nudo come un puntino brillante”. Le esplosioni documentate nel 1866 e nel 1946 confermano l’intervallo medio del fenomeno, suggerendo il 2026 come anno più plausibile.
Il team dell’INAF Palermo ha unito dati recenti e osservazioni di altre nove simili per costruire un modello più accurato. Orlando chiarisce: “Il mezzo circumbinario è molto irregolare e questo deforma l’onda d’urto, rendendola bipolare e influenzata dalla gigante rossa”. La simulazione tridimensionale consente di prevedere la forma dell’esplosione e la sua evoluzione, fornendo la stima più affidabile degli ultimi anni.
Studiare sistemi come T Coronae Borealis aiuta a comprendere l’evoluzione stellare e i meccanismi delle supernove di tipo Ia. Orlando sottolinea: “Le nove non segnano la nascita o la morte di una stella, ma alcuni sistemi possono evolvere in supernove più distruttive”. Capire l’accumulo di massa sulla nana bianca permette infatti di prevedere eventi cosmici fondamentali per la cosmologia.
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