Intervista a cura di Veronica Fadda
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Guerra in Iran, strategia Usa e rischi globali: tra petrolio, terrorismo e scenari imprevedibili Fabio Leoni
La guerra in Iran apre interrogativi profondi sulla strategia degli Stati Uniti e sulle reali intenzioni di Washington nel Medio Oriente. Secondo il giornalista de L’Unione Sarda, Celestino Tabasso, la percezione pubblica resta confusa e divisa, anche tra gli stessi americani. “Qua servirebbe più uno psichiatra che un esperto di relazioni internazionali”, afferma provocatoriamente, sottolineando l’incertezza diffusa. Un recente sondaggio mostra un Paese spaccato sull’operazione voluta da Donald Trump, mentre cresce la distanza tra Casa Bianca e parte della base elettorale conservatrice.

Dietro quella che appare come una mossa impulsiva, potrebbe però esserci una strategia definita dai vertici militari e dall’intelligence statunitense. Tabasso richiama l’analisi del docente Cristian Rossi, spiegando: “Guardate che c’è del metodo in questa follia, apparentemente Trump è fuori controllo, ma segue l’agenda degli alti comandi”. La guerra in Iran rischia tuttavia di produrre effetti economici immediati, soprattutto dopo il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran, snodo cruciale per un quinto del petrolio mondiale.
Le conseguenze della guerra in Iran non riguardano soltanto il prezzo dei carburanti, ma anche la stabilità geopolitica e la sicurezza internazionale. “Un rincaro significativo del petrolio significa anche finanziare la guerra in Ucraina e rafforzare la Russia”, avverte Tabasso, evidenziando un possibile effetto domino. Intanto, dopo un attentato ad Austin, cresce il timore di una nuova ondata jihadista legata a gruppi come Al-Qaeda e ISIS, con l’Occidente indicato come bersaglio comune.