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Le leggi non bastano per fermare la violenza sulle donne stage@radiolina.it
Cinzia Pinna è l’ultima di una lunga serie di donne uccise da uomini, un’emergenza che persiste a livello nazionale e mondiale. L’avvocata Luana Sciamanna, esperta in violenza di genere, ha sottolineato come, nonostante l’invito rivolto alle donne a denunciare e i passi avanti nella creazione di percorsi di recupero, l’elenco delle vittime, come Cinzia Pinna e Francesca Deidda, continui a salire. La problematica si estende soprattutto a livello culturale.

La direzione intrapresa, ovvero quella di creare una normativa sempre più stringente, tutelante e quasi anticipatoria attraverso l’impiego di misure cautelari e di sicurezza, non sta contribuendo a favorire l’effetto sperato di diminuire i casi di aggressioni contro le donne. Molto spesso, gli uomini sono pienamente consapevoli delle conseguenze penali, ma ciò non funge da deterrente. Non si può pensare di arginare questo fenomeno esclusivamente con il mezzo giudiziario. È necessario invece lavorare intensamente sulla consapevolezza che il fenomeno sia intrinsecamente culturale.

È essenziale riconoscere che questo è un fenomeno culturale, anche perché c’è ancora chi tende a negarlo. L’impegno maggiore deve essere dedicato al lavoro nelle scuole e nella prevenzione, affinché la violenza diventi uno stigma e non un modo di vivere le relazioni. Preoccupa in particolare la situazione attuale tra i ragazzi, dove si nota una componente culturale di sopraffazione dei maschi sulle femmine, manifestata attraverso una mania di controllo e una certa insofferenza verso la libertà delle partner. È fondamentale implementare l’analisi del disagio nelle relazioni, farlo emergere e poi contrastarlo.
Il quadro delle vittime di violenza, come emerge dai centri antiviolenza dove l’avvocata Sciamanna opera da sette anni, è assolutamente trasversale: il fenomeno non conosce vittime designate. Coinvolge donne di tutte le età, classi sociali e livelli culturali, potendo annidarsi in ogni tipo di relazione.
Tuttavia, le donne che dispongono di maggiori risorse, come l’indipendenza economica o strumenti culturali, sono più facilitate nell’uscire da queste dinamiche e nel denunciare. Le donne che non hanno indipendenza economica o che non conoscono le procedure sono spesso frenate dalla sfiducia nelle istituzioni. Attualmente, a denunciare sono prevalentemente donne con un buon livello culturale e una certa indipendenza economica.
Le informazioni fornite tramite la pubblicità del 1522 o i social media sono risorse importanti. Tuttavia, è necessario individuare strategie diversificate per raggiungere le donne più fragili: ad esempio, quelle che non parlano italiano, che non hanno la televisione o la disponibilità di un telefono. Bisogna interrogarsi su dove siano le donne straniere, le donne fragili e quelle emarginate che non denunciano.
Un altro messaggio cruciale è smettere di raccontare la violenza contro le donne solo ed esclusivamente attraverso la violenza fisica. Questo messaggio è fuorviante e causa l’errore per cui le donne che subiscono altre forme di violenza, come quella verbale e psicologica, non si ritengono vittime e di conseguenza non denunciano. Le istituzioni hanno la responsabilità di non veicolare più tale messaggio.
Intervista a cura di Simona De Francisci
La Strambata del 29-09-2025
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