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Migrazione: lo stigma delle malattie infettive Manuel Cozzolino
Il tema dei migranti è spesso associato a uno stigma riguardante le malattie infettive. Questo stigma si fonda sulla percezione errata che i migranti siano portatori di malattie contagiose e, di conseguenza, rappresentino una minaccia per la salute pubblica. Delia Goletti, infettivologa dell’ospedale Spallanzani di Roma, ha approfondito questa tematica, evidenziando quanto sia importante affrontare il pregiudizio verso i migranti da un punto di vista scientifico e umanitario.

Uno degli aspetti più rilevanti della popolazione migrante che arriva in Italia è la giovane età. Secondo i dati, solo un terzo dei migranti ha più di 45 anni, il che significa che la maggior parte di loro è in una fascia d’età che corrisponde a uno stato di benessere generale. Questo aspetto rappresenta una forza, sia per i migranti stessi che per le società che li accolgono. Tuttavia, lo stigma delle malattie infettive continua a pesare su questa popolazione, rendendo urgente la necessità di scardinare questi preconcetti.
Le malattie infettive come la tubercolosi, l’HIV, l’epatite B e C, e alcune malattie parassitarie sono le più frequenti tra le popolazioni migranti, ma la loro incidenza è molto bassa. Nonostante ciò, l’associazione tra migrazione e malattie infettive crea un forte stigma. È quindi cruciale affrontare il problema in modo razionale e scientifico, piuttosto che alimentare pregiudizi.
In Sardegna, così come in altre regioni d’Italia, si sta assistendo a un processo di spopolamento e implosione demografica. In questo contesto, l’arrivo dei migranti può essere visto come una risorsa per contrastare la perdita di popolazione e rilanciare l’economia locale. La giovane età dei migranti rappresenta un’opportunità per queste aree che soffrono di invecchiamento e calo demografico. Il contributo di queste persone può essere determinante nel sostenere settori chiave come quello sanitario, agricolo e dei servizi.
Per garantire la salute dei migranti e della popolazione locale, vengono effettuati screening sanitari sui migranti appena arrivati, seguendo le norme degli ECDC (Centri europei per la prevenzione e il controllo delle malattie) con sede a Stoccolma. Questo approccio non solo tutela la salute dei migranti, ma assicura anche che eventuali malattie infettive vengano identificate e curate tempestivamente, minimizzando il rischio di diffusione. Su circa 5 milioni di immigrati presenti in Italia, il 50% proviene dall’Europa, il 20% dall’Africa, il 20% dall’Asia e il restante dall’America Latina. Questo dato smentisce la narrazione secondo cui la maggior parte dei migranti provenga dall’Africa, confermando che la migrazione verso l’Italia è un fenomeno diversificato, con implicazioni socio-economiche complesse.
Intervista a cura di Simona De Francisci
La Strambata del 23-09-2024
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