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Resi a pagamento, la nuova tendenza dell’e-commerce Cristian Asara
In un’epoca in cui gli acquisti online sono sempre più diffusi, le aziende del settore stanno iniziando a cambiare le loro politiche di reso. Da sempre, infatti, i resi gratuiti sono stati uno dei principali fattori di attrattiva per i consumatori, che possono così acquistare con maggiore tranquillità e senza preoccuparsi di dover restituire gli articoli che non soddisfano le loro aspettative.
Tuttavia, i resi gratuiti stanno diventando sempre più onerosi per le aziende, che devono sostenere i costi di spedizione e gestione dei prodotti restituiti. Secondo un rapporto della società di logistica Happy Returns, nel 2022 le aziende statunitensi hanno perso 816 miliardi di dollari a causa dei resi.
Per questo motivo, sempre più aziende stanno iniziando a addebitare le spese di reso ai consumatori. In Italia, ad esempio, Zara addebita 1,95 euro per i resi effettuati tramite i punti di consegna gestiti da terze parti.
Questa tendenza potrebbe avere un impatto significativo sui consumatori, che potrebbero essere meno propensi ad acquistare online se saranno costretti a pagare per i resi. Inoltre, i resi a pagamento potrebbero incentivare i consumatori a fare acquisti meno impulsivi e a riflettere con maggiore attenzione sulle proprie scelte.
In Italia, il Codice del consumo prevede il diritto di recesso entro 14 giorni dalla ricezione del prodotto, anche senza spiegazioni e soprattutto senza costi aggiuntivi, fatta eccezione per i costi di restituzione. Tuttavia, il venditore può addebitare le spese di restituzione al cliente (o chiedere che le porti personalmente), a meno che non abbia inizialmente concordato altro.
Per questo motivo, è importante leggere con attenzione le politiche di reso di ciascuna piattaforma di e-commerce prima di effettuare un acquisto.