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Carcere Uta, è allarme per l’arrivo dei detenuti del 41 bis Simona De Francisci, Maria Grazia Caligaris
Una svolta inattesa nei lavori del nuovo padiglione all’interno del carcere di Uta, destinato ad accogliere detenuti sottoposti al regime 41 bis, sta suscitando preoccupazioni tra le associazioni per i diritti civili. Dopo un lungo periodo di stallo, i lavori hanno subito un’accelerazione significativa, portando nuovamente sotto i riflettori il delicato tema della gestione penitenziaria in Sardegna.

A esprimere forti preoccupazioni è Maria Grazia Caligaris, presidente dell’Associazione Socialismo Diritti e Riforme, che ha sottolineato come questa scelta contribuisca a concentrare sull’isola un numero elevato di detenuti appartenenti a cosche mafiose e all’alta sicurezza, in un contesto già fragile: “Con l’apertura del 41 bis a Uta arriveranno altri 90-92 detenuti, che si aggiungeranno a quelli già presenti nella struttura di Sassari Bancali, portando il totale sardo a rappresentare circa il 25-26% dei detenuti in regime 41 bis in tutta Italia“. Considerando che i detenuti in 41 bis sul territorio nazionale sono circa 700, la Sardegna si troverebbe ad accoglierne oltre 180.
Il problema principale riguarda il sovraffollamento e la cronica carenza di personale penitenziario. Il carcere di Uta, che dispone di 561 posti, ospita già oltre 700 detenuti, con una previsione che sfiora gli 800. Una situazione che, secondo l’associazione, rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza gestionale e sanitaria.
Caligaris ha anche messo in evidenza i rischi per la sicurezza dell’Isola, vista la natura delicata dei detenuti coinvolti: “Non abbiamo preclusioni verso nessuno, ma è evidente che stiamo esponendo la Sardegna al rischio di infiltrazioni mafiose”, ha dichiarato. A questo si aggiunge il timore che l’isola venga considerata come sede preferenziale per i detenuti ad alta sorveglianza, senza un adeguato coinvolgimento delle istituzioni locali nel processo decisionale.
Le trasformazioni recenti delle strutture penitenziarie, come la conversione delle case circondariali di Oristano e Tempio Pausania in case di reclusione per detenuti ad alta sicurezza, aggravano ulteriormente la situazione. Inoltre, c’è una forte incidenza di detenuti stranieri, prevalentemente extracomunitari, che richiedono ulteriori risorse per l’integrazione e la gestione.
Un altro aspetto critico riguarda la sanità penitenziaria, spesso trascurata. Gli spazi ristretti e la carenza di personale medico specializzato aumentano il rischio di epidemie e mettono a repentaglio la salute dei detenuti. In un contesto di sovraffollamento, anche un piccolo focolaio potrebbe trasformarsi in una crisi sanitaria.
L’Associazione Socialismo Diritti e Riforme invita le istituzioni locali e nazionali a prendere posizione su una situazione che rischia di degenerare: “Non possiamo continuare ad assistere in silenzio a un progressivo aggravarsi delle condizioni carcerarie in Sardegna”, conclude Caligaris.
Intervista a cura di Simona De Francisci
La Strambata del 16-04-2025
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