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Gli Editoriali de L'Unione Sarda

Giustizia troppo lenta – di Antonello Menne

today23 Ottobre 2025

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L’analisi del 23 ottobre 2025 – Giustizia troppo lenta

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    Giustizia troppo lenta – di Antonello Menne Giuseppe Valdes

C’è una questione che continua a ostacolare la crescita del Paese e a generare disaffezione tra i cittadini: il malfunzionamento della giustizia civile. I tempi sono eccessivamente lunghi per gli investitori, soprattutto stranieri, i quali valutano con cautela l’opportunità di portare capitali in Italia. Ma a farne le spese sono soprattutto i cittadini, gli artigiani e i lavoratori italiani che, per far valere i propri diritti, devono rivolgersi al giudice civile spesso con aspettative molto basse. Quali sono le criticità più frequentemente denunciate? In primis, la lentezza nel giungere a una sentenza definitiva e l’elevato costo delle procedure. La causa principale di tale dilatazione temporale è ricondotta all’eccessivo numero di procedimenti che occupano i tribunali, a fronte di organici insufficienti.

Tribunale (Pixabay)

Nel 2022, l’ex Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ha firmato una riforma strutturale del Codice di procedura civile. L’obiettivo era chiaro: “deflazionare” i ruoli, ridurre il contenzioso e accelerare i processi, incentivando strumenti alternativi di risoluzione delle liti come la mediazione e la negoziazione assistita. La riforma è stata profonda e ha inciso su tutti i procedimenti, sia ordinari che speciali. Sulla scia dell’esperienza maturata durante la pandemia, ha introdotto una significativa riduzione dei termini, l’uso delle udienze cartolari e da remoto.

Nell’ambito del processo telematico -preesistente alla riforma Cartabia -, gli avvocati possono depositare note digitali di udienza, permettendo al giudice di decidere sulla base di atti consultabili in ogni momento. In questo modo, l’udienza diventa più trasparente, e i verbali si fondano su posizioni scritte e tracciabili. Il processo ne esce, indubbiamente, rafforzato. Non si tratta di una rivoluzione totale – sia chiaro – poiché il processo civile italiano è da sempre fondato prevalentemente su atti scritti, con oralità riservata solo ad alcuni momenti di trattazione o di istruzione in cui la dialettica tra le parti assolve alla sua funzione di garanzia del contraddittorio.

Ciò che, sia chiaro, non è stato escluso dalla riforma Cartabia. Nonostante ciò, Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense, ha recentemente definito la riforma Cartabia, durante il congresso di Torino, “la peggiore di sempre”, sostenendo che avrebbe estromesso gli avvocati dai tribunali. Personalmente, non sono del tutto d’accordo. Ciò che non va bene – come spesso succede – non è la riforma ma l’applicazione che taluni giudici fanno di essa. La possibilità di trattazione scritta, infatti, – senza privare tout court il processo dell’oralità – non ha indebolito il principio del contraddittorio né limitato il diritto di difesa – semmai lo ha potenziato.

Gli avvocati civilisti non sono stati “cacciati” dai tribunali, né si trovano privati del dialogo con i magistrati. La possibilità di trattazione cartolare ha semplificato il lavoro, lo ha reso più produttivo, evitando lunghe, dispendiose e inutili attese fuori dall’aula e concentrando l’attenzione sugli argomenti scritti e ben motivati. Il nuovo processo civile si adegua ai tempi, sfrutta le potenzialità del sistema telematico e, lungi dal complicare la professione forense, potrà contribuire a migliorarla. Detto questo, la riforma, pur importante, non è stata sufficiente a raggiungere gli obiettivi dichiarati di snellimento della giustizia civile.

In tal senso occorrono ulteriori interventi che potrebbero passare, per esempio, dal rendere perentori alcuni termini oggi considerati solo ordinatori per i giudici; dal monitorare più attentamente la produttività delle singole sezioni, misurando il numero di sentenze emesse annualmente in rapporto agli organici in servizio e intervenendo con misure di efficientamento; dal limitare l’abuso, da parte dei singoli magistrati, anche dello strumento cartolare senza migliorare i tempi di conclusione del processo.

La strada da percorrere, a mio avviso, è quella della collaborazione costruttiva tra tutte le parti coinvolte: avvocati, magistrati, cancellieri, amministrazione. Servono sedi di confronto trasparenti, con cadenze regolari, dove discutere criticità e condividere i risultati ottenuti. Sarebbe un segnale forte e positivo per i cittadini, che hanno il diritto di credere in una giustizia efficiente, accessibile e ben amministrata.

Antonello Menne

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