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Raccontare la guerra dall’interno: l’intervista a Domenico Quirico Manuel Cozzolino
Il giornalista e inviato di guerra Domenico Quirico, corrispondente da Parigi per La Stampa, ha condiviso la sua visione del mestiere e i rischi che lo accompagnano. Quirico ha ricordato come raccontare un conflitto significhi viverlo dall’interno, diventandone parte, senza alcuna protezione reale.

Riferendosi all’uccisione recente di una troupe di Al Jazeera in Medio Oriente, Quirico ha spiegato che nessun giubbotto può proteggere chi si trova in zone di guerra. La violenza non distingue tra combattenti e reporter: «L’onestà professionale richiede di essere sul campo, anche se questo significa rischiare la vita».
Nel 2013, durante una missione in Siria, Quirico fu rapito e rimase prigioniero per cinque mesi. Racconta di aver subito due finte esecuzioni: «La morte non è un film che scorre davanti agli occhi. È una dilatazione mostruosa del tempo. E quando torni indietro, il tempo non è più lo stesso».
Dall’Africa al Medio Oriente, dall’Ucraina a Gaza, Quirico ha visto guerre scatenate per territori, materie prime, acqua, religione, vendette tribali o torti antichi. Ma, secondo lui, l’essenza non cambia: «Uccidere rimane il cuore della guerra, dai tempi di Troia fino al Donbass».
Se le motivazioni si ripetono nei secoli, gli strumenti per combattere si sono evoluti: dalle lance agli archi, fino ai droni e ai missili ipersonici. La minaccia nucleare, secondo Quirico, oggi è persino più concreta rispetto alla Guerra Fredda: «Gli strumenti cambiano, ma la guerra resta sempre un atto di uccidere».
Intervista a cura di Simona De Francisci
La Strambata del 13-08-2025
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