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Carceri, 88 detenuti al 41-bis arrivano in Sardegna Manuel Cozzolino
L’arrivo di 88 detenuti sottoposti al regime del 41-bis riaccende in Sardegna il dibattito su carceri, sicurezza, sanità penitenziaria e diritti. Maria Grazia Caligaris, presidente di Socialismo diritti riforme, definisce il trasferimento «uno schiaffo che la Sardegna non merita».

Secondo Caligaris, l’isola sostiene già un peso significativo nel sistema carcerario nazionale, tra colonie penali, istituti di alta sicurezza e detenuti al 41-bis. «La Sardegna ha dato allo Stato tantissimo», afferma la presidente, ricordando anche i circa 6.000 ettari destinati alle colonie penali.
L’arrivo dei nuovi detenuti si aggiunge alla presenza consolidata di persone sottoposte a regimi di alta sicurezza, con diversi istituti sardi progressivamente riconvertiti. «Abbiamo sette istituti penitenziari, alcuni dei quali sono stati trasformati in istituti destinati all’alta sicurezza», sottolinea Caligaris. Bancali ospita detenuti al 41-bis da oltre dieci anni, mentre anche Oristano e Tempio hanno assunto una funzione sempre più rilevante nell’accoglienza dei detenuti dell’alta sicurezza. «Oristano era una casa circondariale, adesso è diventata una casa di reclusione», ricorda Caligaris.
La presidente di Socialismo diritti riforme evidenzia anche le possibili conseguenze sulla percezione della Sardegna, territorio fortemente legato alla propria vocazione turistica. «Temo che nell’immaginario collettivo a livello nazionale la Sardegna finisca con mostrare un’immagine che non aiuta il turismo», afferma. Il timore riguarda soprattutto l’associazione tra l’immagine dell’isola e l’elevata presenza di detenuti considerati di alta pericolosità criminale.
Un altro nodo riguarda la sanità penitenziaria, chiamata a garantire assistenza a una popolazione carceraria sempre più numerosa e complessa. «Sottrarre ulteriori forze alla sanità pubblica significa ovviamente creare dei problemi», sostiene Caligaris. La presidente ricorda però che l’assistenza sanitaria ai detenuti rientra pienamente nei compiti del servizio sanitario pubblico.
«Il detenuto perde la libertà, gli altri diritti gli devono essere garantiti», ribadisce Caligaris, indicando nella salute un diritto fondamentale.
Particolarmente delicata è la situazione dei detenuti con patologie psichiatriche, tossicodipendenze e doppia diagnosi, spesso privi di adeguati percorsi alternativi alla detenzione. «Noi stiamo scaricando la maggior parte dei problemi psichiatrici sulle famiglie», denuncia Caligaris, richiamando le carenze dei servizi territoriali. Secondo la presidente, il carcere può aggravare ulteriormente condizioni psicologiche già fragili, alimentando situazioni di disagio, autolesionismo e rischio suicidario. «Quando uno entra in carcere fa un’esperienza traumatica», osserva Caligaris, sottolineando la necessità di affrontare il problema della salute mentale fuori dagli istituti.
Il caso del 41-bis in Sardegna riporta quindi al centro una questione che coinvolge sicurezza nazionale, organizzazione carceraria, assistenza sanitaria e tutela dei diritti. «Solo chi vive l’esperienza detentiva sa quanto questo molto spesso non è garantito a nessun livello», conclude Caligaris. Per Socialismo diritti riforme, il dibattito dovrebbe tenere insieme sicurezza, dignità della persona, salute mentale e diritto alla cura, evitando che il carcere diventi la risposta automatica alle fragilità sociali e sanitarie.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
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