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Polizia penitenziaria, l’allarme dalla Sardegna: «Servono più agenti» Manuel Cozzolino
L’arrivo di detenuti sottoposti al regime 41 bis in Sardegna riaccende il dibattito sulla sicurezza degli istituti penitenziari e sulla carenza di personale. Roberto Melis, segretario nazionale della Confederazione Sindacati Polizia Penitenziaria, chiarisce che il problema principale non riguarda i detenuti trasferiti, ma la situazione complessiva degli organici. «In tutta Italia abbiamo una carenza di circa 18.000 unità», sottolinea Melis.

Secondo Melis, il trasferimento dei detenuti 41 bis in Sardegna è una scelta programmata da diversi anni e non una decisione recente. Il sindacato sottolinea tuttavia la necessità di valutare le conseguenze sui servizi e sugli organici regionali. «L’arrivo di questi detenuti era una cosa già prevista e programmata ormai da diversi anni», spiega.
La presenza dei detenuti sottoposti al 41 bis richiede particolare attenzione soprattutto durante trasferimenti, visite mediche e ricoveri ospedalieri. Per il sindacato, il tema riguarda quindi anche la sicurezza degli agenti e dei cittadini. «Il problema non è tanto la sicurezza all’interno degli istituti quanto la sicurezza sul territorio», afferma Melis.
La gestione dei detenuti ad alta sicurezza richiede personale specializzato, mentre gli istituti sardi devono già fronteggiare una significativa carenza di agenti. Il rafforzamento dei reparti dedicati rischia così di sottrarre risorse agli altri servizi. «Questi poliziotti che hanno arruolato in questi ultimi anni non bastano nemmeno a coprire quelli andati in pensione», denuncia Melis.
Melis cita il carcere di Alghero come esempio delle difficoltà legate al ricambio del personale. Secondo quanto riferito durante l’intervista, a fronte di numerosi pensionamenti, gli ingressi sarebbero stati insufficienti a compensare le uscite. «A fronte di dieci persone che vanno via, ne arrivano cinque, che coprono appena il 50 per cento», spiega.
La carenza di personale pesa soprattutto sugli istituti più grandi, dove gli agenti devono affrontare turni prolungati, aggressioni e carichi di lavoro elevati. Melis richiama l’attenzione sulle condizioni quotidiane degli operatori. «I colleghi nei carceri grossi continuano a subire aggressioni, violenze, sono sotto organico e affrontano turni interminabili», afferma.
Quando il personale del Gruppo Operativo Mobile non è sufficiente, possono essere impiegati agenti dei reparti ordinari per garantire le movimentazioni dei detenuti 41 bis. Questo meccanismo può creare nuove scoperture negli istituti. «Si va ad attingere dal personale del reparto e questo comporta la scopertura dei posti di servizio all’interno delle carceri», sottolinea Melis.
Il Governo punta anche su concorsi e scorrimenti delle graduatorie per rafforzare gli organici. La risposta, però, secondo il sindacato, non sarebbe ancora sufficiente rispetto alle necessità del sistema penitenziario. «Diciamo che ci soddisfa a metà perché, al momento, questi scorrimenti noi li auspichiamo», commenta Melis.
Tra le richieste avanzate c’è anche quella di utilizzare le candidate già presenti nelle graduatorie, consentendo loro di iniziare il percorso formativo. Secondo Melis, anche poche centinaia di nuove unità potrebbero alleggerire la pressione sugli istituti. «Perché non far partire queste donne che aspettano solo una chiamata e farle partire a fare il corso di formazione?», chiede il segretario nazionale.
Per la Confederazione Sindacati Polizia Penitenziaria, dunque, il tema centrale non è il 41 bis in sé, ma la gestione complessiva degli istituti penitenziari, soprattutto in presenza di organici insufficienti. «Non è la gestione dei 41 bis il vero problema, è proprio la gestione totale degli istituti», conclude Melis.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi
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