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Dannosi boicottaggi – di Alberto Mingardi stage@radiolina.it
La parola decoupling è entrata nel vocabolario degli esperti con la prima amministrazione Trump e in quello di noi tutti con il conflitto fra Russia e Ucraina. I Paesi europei hanno scelto di “separarsi” dalla Russia per le forniture di gas e petrolio, rivolgendosi ad altri fornitori. Contemporaneamente, l’amministrazione Biden, regista dello sforzo anti-russo, riusciva a convincere gli europei a chiudere la porta ai cinesi per tutta una serie di commesse pubbliche. Biden realizzava l’obiettivo del suo predecessore.

Prendiamo il caso di Huawei, l’impresa di tecnologie per le comunicazioni. Nel corso del 2020 e del 2021, spinti dagli Usa, alcuni Stati, tra cui Francia, Paesi baltici e Danimarca, avevano già vietato l’uso delle componenti Huawei per la rete 5G nazionale. Nel 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la Commissione europea ammoniva i Paesi membri contro la “dipendenza” da Huawei.
Il fatto che Huawei offrisse prodotti più efficienti o meno efficienti, più economici o meno economici dei concorrenti non toccava neanche tangenzialmente le decisioni dei nostri leader. Il ritornello era: essere dipendenti dalla tecnologia cinese è come essere dipendenti dal gas russo.
Oggi, con il suo pacchetto di misure per la cybersicurezza, la Commissione vuole proibire ufficialmente agli Stati membri di comprare beni o servizi da aziende come Huawei e ZTE. La misura riguarderà le reti 5G ma pure i sistemi di approvvigionamento idrico ed elettrico, i servizi di cloud computing, le apparecchiature di sorveglianza, i dispositivi medici e in generale i semiconduttori.
Ciò è coerente con una idea di carattere più generale, entrata nel dibattito ai tempi di Biden, che cioè sia buona cosa non lasciare le decisioni su cosa comprare o a chi vendere alle imprese e ai consumatori, ma limitare gli scambi ai Paesi “democratici”. Si chiama “friendshoring” e, se i fini appaiono più alti e nobili, i mezzi non sono poi tanto diversi da quelli della politica commerciale di Trump. In un caso e nell’altro, le scelte degli operatori economici vengono “politicizzate”. La cosa comincia, come sempre, con questioni di “sicurezza” ma finisce per coinvolgere anche tutt’altri ambiti.
Recentemente il nostro governo ha messo una tassa sulle merci di basso valore che “invadono” i nostri mercati grazie a piattaforme come Shein e Temu; un provvedimento simile è da tempo allo studio dell’UE, gli Usa hanno fatto la stessa cosa. Va da sé che a esserne colpite sono soprattutto le famiglie con meno disponibilità, che la politica spergiura di proteggere. Imposte di questo tipo non sarebbero state nemmeno immaginabili senza il clima anti-cinese prevalente a Washington come a Bruxelles.
I dibattiti di Davos rendono evidente che fra gli “amici” gli europei oggi non contano più gli Usa. Quindi limitare i commerci alle democrazie significherebbe sostanzialmente scambiare solo all’interno della UE e coi Paesi del Commonwealth. C’è già chi ha consigliato di boicottare la Coca Cola, per solidarietà con la Danimarca. La Commissione, che si era sin qui con prudenza sottratta all’escalation di dazi, ora vorrebbe usare un “bazooka” tariffario contro i prodotti americani.
È sostenibile, per usare una parola di moda, tutto questo? I dazi sono imposte che pagano i consumatori. Restringere la possibilità di ricorrere a questo o a quel fornitore significa aumentare i costi per le imprese e forse proibire l’accesso ai mercati europei alle innovazioni realizzate altrove. Lo stiamo già facendo coi cinesi, vogliamo farlo con gli americani?
Alberto Mingardi
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