play_arrow
Detenuti al 41 bis al carcere di Uta: gravi carenze e rischi per la sicurezza Andrea Sechi, Cristina Ornano
Il carcere di Uta è alle prese con una situazione sempre più complessa dopo l’apertura del reparto destinato ai detenuti sottoposti al regime del 41 bis. A lanciare l’allarme è Cristina Ornano, presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, che denuncia gravi carenze di personale, servizi sanitari insufficienti e un aumento significativo del carico di lavoro per gli uffici giudiziari. Attualmente i detenuti sottoposti al regime di carcere duro presenti a Uta sono 87, dopo un trasferimento che ha modificato il numero iniziale.
Secondo Ornano, le criticità erano state previste già nel luglio 2025, quando era stata comunicata l’apertura del reparto. La struttura, completata sotto il profilo edilizio e degli arredi, sarebbe stata attivata senza che fossero predisposte tutte le risorse necessarie per garantirne il funzionamento: «L’apertura è avvenuta da un giorno all’altro e in una situazione nella quale erano pronte le camere di detenzione, ma mancava tutto il resto», ha spiegato la presidente.

Una delle principali emergenze riguarda la carenza di personale della Polizia penitenziaria. Secondo i dati riferiti da Cristina Ornano, nell’istituto mancherebbero circa 100 agenti rispetto alla dotazione organica prevista. Una parte del personale già in servizio è inoltre confluita nel Gruppo operativo mobile (GOM), il corpo specializzato nella gestione dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis al carcere di Uta.
Le difficoltà non riguardano soltanto il reparto di massima sicurezza, ma l’intero istituto penitenziario. Il carcere di Uta ospita infatti circa 850 detenuti, a fronte di una struttura progettata per una capienza di circa 500 persone. Una condizione che, secondo la presidente, mette sotto pressione non soltanto la popolazione carceraria, ma anche gli agenti penitenziari e tutto il personale civile che lavora all’interno della struttura.
Ornano descrive una situazione vicina al limite, sottolineando la necessità di interventi urgenti da parte delle autorità competenti. Per la presidente, le criticità organizzative rischiano di compromettere il funzionamento complessivo dell’istituto e le condizioni di lavoro di centinaia di persone.
Tra le questioni più preoccupanti c’è quella della sanità penitenziaria nel reparto 41 bis. La normativa prevede che gli spazi sanitari destinati ai detenuti sottoposti al regime speciale siano separati da quelli utilizzati dagli altri detenuti. Una disposizione legata alle esigenze di sicurezza e alla necessità di evitare contatti tra persone sottoposte a differenti regimi detentivi.
A Uta, tuttavia, il reparto sanitario dedicato sarebbe ancora privo delle attrezzature necessarie. Sono presenti alcuni locali destinati alle visite mediche, ma mancherebbero strumenti e materiali indispensabili per garantire un’assistenza adeguata. A questo si aggiunge l’assenza di un potenziamento del personale medico e infermieristico, nonostante l’arrivo dei detenuti sottoposti al 41 bis.
I numeri evidenziati da Ornano fotografano una situazione particolarmente difficile: l’organico infermieristico previsto sarebbe di 38 unità, ma gli infermieri effettivamente in servizio sono soltanto 18. Lo stesso personale deve garantire l’assistenza sanitaria a un’intera popolazione carceraria di circa 850 persone, senza risorse aggiuntive rispetto a quelle già disponibili prima dell’apertura del nuovo reparto.

Un’altra criticità riguarda la presenza di detenuti con problemi di tossicodipendenza. Secondo quanto riferito dalla presidente del Tribunale di sorveglianza, tra il 32% e il 35% della popolazione detenuta a Uta sarebbe tossicodipendente. Una percentuale significativa che rende ancora più importante la presenza di servizi sanitari specializzati e di un collegamento stabile con le strutture territoriali.
Ornano ha evidenziato in particolare l’assenza di un servizio SerD adeguatamente strutturato all’interno del carcere. Per affrontare il problema, la presidente propone di alleggerire la pressione su Uta trasferendo almeno una parte dei detenuti con problematiche di dipendenza in altre strutture.
Tra le ipotesi indicate c’è il carcere di Iglesias, attualmente chiuso, che potrebbe essere utilizzato per creare un circuito penitenziario differenziato proprio sulla base delle esigenze sanitarie. Una soluzione che permetterebbe di organizzare un servizio SerD e garantire un raccordo con le strutture territoriali, riducendo contemporaneamente il sovraffollamento e la pressione sui servizi sanitari di Uta.
Le conseguenze dell’apertura del reparto di massima sicurezza si fanno sentire anche sul funzionamento della giustizia. Il Tribunale di sorveglianza di Cagliari ha dovuto affrontare un aumento significativo delle procedure da gestire. Nelle prime settimane successive all’arrivo dei detenuti, l’ufficio ha iscritto circa 160 nuovi procedimenti, con una proiezione annuale che potrebbe arrivare ad almeno 2.000 procedure aggiuntive.
Si tratta di pratiche particolarmente complesse, che richiedono un’attività istruttoria e giurisdizionale significativa. Per far fronte alle nuove esigenze, Cristina Ornano ha dovuto riorganizzare le risorse interne, destinando due unità di personale alla gestione delle procedure relative ai detenuti sottoposti al regime speciale.
Questa scelta ha inevitabilmente ridotto le risorse disponibili per le altre attività dell’ufficio, comprese quelle rivolte ai detenuti comuni e in regime di alta sicurezza e le procedure che riguardano i cittadini. Tra queste figurano richieste di riabilitazione, dichiarazioni di estinzione della pena e remissione del debito.
La presidente ha sottolineato come l’incremento delle attività legate al 41 bis rischi di incidere anche sui servizi ordinariamente garantiti ai cittadini sardi, costretti a confrontarsi con un ufficio che deve già gestire un numero elevato di procedimenti.

Un altro tema riguarda la concentrazione dei detenuti sottoposti al regime di carcere duro in Sardegna. Secondo i dati richiamati da Ornano, l’Isola ospita tre dei sette istituti penitenziari italiani interessati dal 41 bis. Una presenza particolarmente significativa se rapportata alla popolazione residente.
La presidente ha evidenziato una contraddizione rispetto alla finalità dichiarata del regime speciale, che dovrebbe garantire la separazione tra detenuti sottoposti al 41 bis e persone appartenenti ad altri circuiti penitenziari. A Uta e Bancali, invece, convivono differenti regimi detentivi. A questo quadro si aggiunge la prospettiva della riapertura del carcere di Badu ‘e Carros, a Nuoro, attualmente interessato da lavori di ristrutturazione.
Secondo Ornano, la distribuzione dei detenuti e l’organizzazione degli istituti nell’Isola non avrebbero realizzato pienamente gli obiettivi di separazione previsti dalla normativa. La situazione si inserisce inoltre in un contesto nel quale gli organici della magistratura e del personale amministrativo vengono determinati anche sulla base della popolazione residente, senza un adeguamento proporzionale all’aumento dei detenuti.
A Cagliari ogni magistrato di sorveglianza gestirebbe circa 18-20 detenuti sottoposti al 41 bis, rispetto agli 8-10 mediamente seguiti dai colleghi della penisola. Un ulteriore elemento che contribuisce ad aumentare il carico di lavoro degli uffici giudiziari sardi.
La presenza di detenuti appartenenti alle organizzazioni criminali sottoposti al 41 bis solleva interrogativi anche sulle possibili ricadute nel territorio del cagliaritano. Cristina Ornano ha evidenziato che, a sua conoscenza, non sarebbero state ancora attuate tutte le iniziative di vigilanza e controllo indicate come necessarie per prevenire eventuali conseguenze legate all’arrivo dei detenuti.
La preoccupazione riguarda soprattutto le condizioni operative all’interno del carcere. La condivisione di alcuni servizi sanitari e la necessità di trasferire i detenuti per prestazioni non disponibili nel reparto dedicato possono determinare occasioni di contatto che il regime speciale dovrebbe invece limitare.
«Non stupiamoci se un domani troveremo qualche telefonino nel 41 bis. Questo è un rischio reale in questa situazione», ha dichiarato Ornano, richiamando l’attenzione sulle possibili conseguenze delle carenze organizzative anche sotto il profilo della sicurezza penitenziaria.
La presidente ha sottolineato che il problema non riguarda soltanto la gestione interna del carcere, ma anche la necessità di predisporre adeguati strumenti di controllo sul territorio, per prevenire eventuali infiltrazioni e contatti con ambienti criminali esterni.
Nel corso del confronto è stato affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale nell’amministrazione della giustizia, alla luce della sentenza della Corte d’Appello di Cagliari relativa al suo utilizzo nella redazione dei provvedimenti giudiziari.
Secondo Ornano, l’intelligenza artificiale non può essere esclusa dal sistema giudiziario, ma deve essere governata attraverso regole precise e controlli adeguati. La tecnologia può rappresentare un supporto utile per alcune attività esecutive e organizzative, ma non deve sostituire il magistrato nelle valutazioni fondamentali.
In particolare, non dovrebbe essere utilizzata per valutare le prove o assumere decisioni giudiziarie. Il cuore della motivazione di una sentenza deve rimanere responsabilità del giudice, che deve garantire trasparenza, verificabilità e responsabilità rispetto alle decisioni assunte.
Ornano ha quindi richiamato la necessità di un ruolo di indirizzo e controllo da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché siano definiti con chiarezza gli ambiti nei quali l’intelligenza artificiale può essere utilizzata negli uffici giudiziari.
Intervista a cura di Andrea Sechi
Clicca qui per scoprire tutti i podcast di Radiolina