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Ep. 03 – Fusione nucleare: la Sardegna è tra i territori più idonei? Stefano Birocchi, Corrado Cicalò
La Sardegna entra nel dibattito energetico europeo legato alla fusione nucleare, una tecnologia che potrebbe rivoluzionare la produzione di energia nel prossimo secolo. Uno studio del consorzio Gauss Fusion indica infatti anche un’area del cagliaritano tra i siti potenzialmente idonei a ospitare un futuro impianto. La notizia ha generato discussione e qualche timore, spesso alimentato dalla confusione tra fusione e fissione.

Corrado Cicalò, fisico dell’INFN chiarisce che la fusione non va confusa con la fissione. La fusione nucleare consiste nell’unione di nuclei leggeri, processo che avviene naturalmente nel cuore delle stelle e che, sulla Terra, richiede temperature di circa 100 milioni di gradi. La fissione, invece, divide nuclei pesanti ed è la tecnologia alla base delle centrali attive oggi in tutto il mondo. Secondo lo scienziato, la fusione è potenzialmente più “pulita” perché produce meno rifiuti radioattivi e con un decadimento più rapido, ma non è una tecnologia semplice da realizzare. È necessario confinare un plasma caldissimo tramite potenti campi magnetici, e serve produrre il trizio, combustibile che non esiste in natura e che è debolmente radioattivo. Per questo definire la fusione come energia completamente priva di rischi è un errore, anche se rappresenta un passo avanti rispetto alle tecnologie attuali.
Il professore sottolinea come il dibattito pubblico italiano sia spesso condizionato da esempi non rappresentativi. Chernobyl era un impianto tecnologicamente superato e mal gestito, mentre Fukushima operava in condizioni ambientali estreme e con parametri di sicurezza che oggi risulterebbero inadeguati. Gli impianti moderni, spiega Cicalò, hanno raggiunto un livello di sicurezza molto elevato. Nel mondo operano circa 420 reattori e altri 50 sono in costruzione, con un numero di incidenti gravi estremamente ridotto rispetto ad altri settori industriali. Anche il problema delle scorie, spesso ingigantito, va letto con realismo: un reattore a fissione produce circa 3 metri cubi di rifiuti radioattivi all’anno, una quantità contenuta e gestibile, come avviene in tutti i Paesi che utilizzano il nucleare.
La domanda più frequente riguarda i tempi. Il rapporto di Gauss Fusion ipotizza centrali commerciali pronte in vent’anni, ma per l’INFN questa previsione è troppo ottimistica. Tutte le speranze della comunità scientifica sono rivolte a ITER, il grande progetto internazionale in costruzione nel sud della Francia, che dovrebbe diventare il primo reattore sperimentale capace di produrre più energia di quanta ne consuma. Tuttavia ITER non è ancora operativo e sta affrontando numerosi ostacoli tecnici. Per questo Cicalò ritiene realistico un orizzonte di cinquanta anni per la diffusione commerciale della fusione, a meno di accelerazioni improvvise. Solo quando ITER dimostrerà il proprio bilancio energetico positivo si potrà pensare a impianti destinati alla produzione su larga scala.
L’Italia difficilmente tornerà alla fissione tradizionale, ma mostra un atteggiamento più favorevole verso la fusione, che viene percepita come più sicura. Tuttavia, secondo Cicalò, è probabile che il Paese possa vedere prima l’arrivo dei reattori di quarta generazione a fissione, più sicuri ed efficienti, rispetto a una vera centrale a fusione. L’inclusione della Sardegna tra i territori potenzialmente idonei non implica una scelta definitiva. Significa, però, che il Cagliaritano presenta caratteristiche tecniche compatibili, come stabilità geologica, disponibilità di spazi e possibilità di potenziamento delle infrastrutture. La decisione finale, comunque, dipenderà da valutazioni scientifiche, politiche e ambientali che richiederanno anni.
A cura di Stefano Birocchi – Vicedirettore di Radiolina
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