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Ep. 07 – Quello che i padri non dicono Giuseppe Valdes
Crescere cinque figli oggi, a Cagliari, significa ripensare spazi, tempo, lavoro e relazioni ogni giorno. Stefano Casu, ingegnere, racconta cosa vuol dire essere padre in una famiglia numerosa, senza modelli preconfezionati e senza illusioni: niente manuali di istruzioni, solo scelte quotidiane, mediazione continua e una rete umana che tiene insieme tutto.

In una casa non progettata per sette persone, la convivenza impone regole flessibili. Le stanze si condividono, i bagni non bastano mai e le microrisse quotidiane diventano palestra di crescita. Casu lo dice chiaramente: i conflitti non sono un problema, sono un metodo educativo. I figli imparano presto che non sono soli al mondo, che esistono tempi e bisogni degli altri e che la mediazione vale più dell’imposizione. Con il tempo, l’intervento dei genitori si riduce: quando arrivano mamma e papà, significa che la situazione è davvero seria.
In casa Casu non esistono figli fotocopia. Ognuno ha gusti, carattere e inclinazioni diverse, dal cibo allo sport. Tutti praticano sport individuali, quasi per compensare la “squadra” permanente che hanno in famiglia. Anche a tavola cade il mito del pentolone unico: niente menù standardizzati, perché l’idea di famiglia non coincide con l’omologazione. La regola è semplice: rispetto delle differenze e responsabilità personale, fin da piccoli.
Il vero equilibrio arriva da fuori casa. I nonni hanno avuto un ruolo decisivo, soprattutto nei primi anni: presenza costante, affidabilità, sostegno concreto. Casu racconta un cambio generazionale netto, con un padre che non lo accompagnava mai a scuola ma che ha portato ogni giorno le nipoti, anche con la febbre. È qui che emerge un dato chiave: la famiglia numerosa regge solo se inserita in una rete relazionale viva, fatta di parenti, amici, altri genitori.
Durante la pandemia, la famiglia sceglie l’homeschooling per le figlie più piccole. Una decisione complessa, dettata dalla necessità di proteggere la salute, ma resa possibile proprio dalla rete di relazioni: supporto a distanza, aiuti incrociati, competenze condivise. Lo stesso modello vale per vacanze, feste e spostamenti. Niente pacchetti, niente soluzioni standard. Si crea l’esperienza, non la si compra. Dormire in tenda in giardino, condividere case, scambiarsi passaggi: fuori dal mercato esiste ancora il dono.
Sette persone significano spese alte, ma anche strategie di contenimento. Vestiti che passano da un armadio all’altro, riduzione del superfluo, uso intelligente delle risorse. Non è privazione, è consapevolezza. Casu lo dice senza retorica: il consumo non definisce la qualità della vita. La famiglia numerosa obbliga a distinguere ciò che serve da ciò che è solo desiderio indotto.
Pensare al giorno in cui l’ultimo figlio lascerà casa non spaventa, non consola, non rattrista del tutto. È parte del percorso. I figli non sono proprietà, sono persone che vanno accompagnate e poi lasciate andare. Casu immagina una casa che non si svuota, ma si trasforma: magari con nipoti che rientrano, con legami che cambiano forma ma non intensità. Perché il vero risultato non è trattenere, ma aver costruito relazioni che reggono anche quando le porte si aprono verso l’esterno.
Intervista a cura di Egidiangela Sechi – Giornalista del TG di Videolina
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