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Il futuro che neghiamo – di Ciriaco Offeddu stage@radiolina.it
L’autostrada che da Bangkok porta all’aeroporto di Suvarnabhumi è affiancata da giganteschi cartelloni pubblicitari che nella notte la illuminano violentemente come schermi di impressionanti videogiochi. In una sera di pioggia degna delle atmosfere di “Blade Runner”, mentre il taxi si adegua malvolentieri alla velocità consentita dai suoi ammortizzatori, osservo i cartelloni e penso alla guerra che abbiamo perso.

Il 90% delle pubblicità riguarda le automobili, e per chilometri e chilometri viaggio in un mondo alieno. Un mondo dove non esistono più Mercedes, Audi, Volvo, Honda o le utilitarie che conosciamo nelle nostre strade, ma un insieme colorato e mostruoso di veicoli dai marchi e nomi sconosciuti. Dico “mostruoso” perché le forme contraddicono spesso le leggi dell’aerodinamica e le auto assomigliano piuttosto a giocattoli o cartoni animati.
Ripenso al traffico di Bangkok ed effettivamente riesco a visualizzare solo le vecchie e riconoscibili Toyota mentre mi sono sconosciute le decine di suv e furgoni che si impongono, vetri scuri all’esterno, luminosi e curati all’interno come bomboniere o stanze privé.
In Asia si respira il futuro, perché tutta una civiltà – pur saldamente legata a radici millenarie quanto le nostre – è rivolta con determinazione, studio e convinzione al futuro. Non c’è spazio per le nostalgie, i rimpianti, le lagnanze. Il mantra è la sopravvivenza, la competizione, e i segnali deboli e forti, dalle più piccole alle più grandi realizzazioni, sono tremendamente convergenti.
Dai robot che non si limitano ormai a presidiare gli aeroporti, ma che controllano la sicurezza di piazze, mercati e shopping mall, che sparecchiano nei ristoranti e lavano i piatti in cucina, che presiedono a importantissimi segmenti della logistica; dalla manutenzione delle strade, delle fogne e degli impianti fatta ormai con sistemi semi-automatici; dall’uso sistemico e non episodico della tecnologia e dell’intelligenza artificiale stessa, di cui nulla noi sappiamo, ma di cui discettiamo con la stessa competenza usata per il calcio; tutto un universo di costellazioni asiatiche respira e si muove con un obiettivo chiaro in mente: disegnare il futuro ed esserne protagonista.
In questo futuro si afferma la visione e la grande lungimiranza, il talento e l’implementazione, la cura dei dettagli e, sorprendentemente per noi, la bellezza. Le infrastrutture degli ultimi anni hanno sposato non solo funzionalità esasperate, ma un concetto che chiamerei rinascimentale, perché l’esempio seguito è per me la storia dell’arte italiana. Gli aeroporti sono belli, i treni sono splendidi e vibranti, i ponti sono meravigliosi, opere d’arte.
Leggo un articolo di Loretta Napoleoni che ritorna dalla Cina e concordo con lei che chi comanderà l’economia del nuovo secolo sarà chi controllerà l’energia, ovvero le materie prime rare e le rinnovabili. È questa la guerra in corso nei confronti del dollaro e della finanza: gli elementi (terra, acqua, sole e vento) contro la carta moneta.
In territori vasti come decine di volte l’Italia, sistemi avanzatissimi di AI sovrintendono a centinaia di impianti per la produzione di milioni di KWh rinnovabili, mentre la distribuzione del carbone verso le coste è ancora permessa da moderne ferrovie su migliaia di chilometri di ponti. Niente di improvvisato, tutto pianificato dalle famose trascendenze.
A fronte di un futuro che è già presente noi rispondiamo con una classe politica di serie D, con la lentezza del nostro cervello ancorato a ideologie, appartenenze, utopie e amichettismi, con una democrazia buona solo a parole, incapace di assicurare i principi fondamentali della Costituzione, e concedendo la patente di ineluttabilità non alla tecnologia che trasforma la vita ma ai panini con purpuzza (di Modena).
Ciriaco Offeddu
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