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Mangiare da soli non è più un tabù e conquista i giovani Giuseppe Valdes
Mangiare da soli non è più considerato un ripiego o un segnale di solitudine. Il solo dining, cioè la scelta di pranzare o cenare al ristorante senza compagnia, sta diventando un’abitudine sempre più diffusa, soprattutto tra i giovani. Una trasformazione che sta portando anche i ristoranti a ripensare spazi, menu e modalità di accoglienza.
Secondo Report Gourmet, il fenomeno sarebbe cresciuto del 32% in un anno tra i giovani consumatori, confermando un cambiamento nelle abitudini legate alla ristorazione. Per la Generazione Z, infatti, sedersi a tavola da soli può rappresentare un momento di pausa, di benessere personale e di libertà dalla necessità di coordinarsi con altre persone.
A raccontare questa evoluzione è anche Maria Carta, chef sarda originaria di Seulo, che nel suo ristorante nel cuore di Cagliari osserva quotidianamente una clientela sempre più disposta a prenotare un tavolo per una sola persona: «Moltissime persone scelgono di prenotare anche da sole», racconta la chef, sottolineando come tra i clienti ci siano molte donne e molti ragazzi.

Per Maria Carta, mangiare da soli non coincide necessariamente con la solitudine. Al contrario, può diventare un’occasione per riprendere possesso del proprio tempo, ascoltarsi e concedersi un’esperienza gastronomica senza distrazioni. Il tavolo per uno smette così di essere qualcosa da nascondere e diventa una scelta consapevole.
Anche il modo di vivere il pasto può cambiare. Chi arriva da solo al ristorante può scegliere di concentrarsi maggiormente sui piatti, sulla tradizione gastronomica e sull’esperienza del vino, trasformando la cena in un vero momento personale. Lasciare il telefono in borsa, assaporare lentamente il cibo e concedersi un calice di vino diventano piccoli gesti attraverso i quali recuperare attenzione e tempo.
È proprio questa dimensione più consapevole del pasto a rendere il solo dining interessante anche dal punto di vista dell’ospitalità. Il cliente che arriva da solo non cerca necessariamente di essere intrattenuto: può desiderare semplicemente un luogo nel quale sentirsi a proprio agio anche senza dover condividere ogni momento con qualcun altro.
La tendenza sta spingendo diversi ristoranti a modificare l’esperienza proposta al cliente. L’obiettivo è fare in modo che una persona seduta da sola non percepisca il proprio tavolo come uno spazio marginale, ma come una modalità pienamente legittima di vivere il ristorante.
Il cambiamento riguarda innanzitutto gli spazi e l’atmosfera. Alcuni ristoranti stanno introducendo attività, elementi interattivi e piccoli strumenti di intrattenimento capaci di rendere più naturale l’esperienza individuale. A Nashville, il ristorante stellato The Catbird Seat ha sperimentato cruciverba, giochi di parole e quiz legati agli ingredienti del menu, mentre a Philadelphia The Lovers Bar ha proposto una ruota per scegliere casualmente il cocktail.
Altri locali puntano invece sull’intimità e sulla dimensione personale. Grounded Table, in Oregon, ha introdotto un diario condiviso per lasciare pensieri e riflessioni, affiancandolo a un taccuino personale destinato agli ospiti. Sono soluzioni diverse, ma accomunate dalla stessa idea: trasformare il cliente solo da commensale isolato a protagonista dell’esperienza.
Anche il menu può fare la differenza. Una delle difficoltà per chi mangia da solo è ordinare piatti tradizionalmente concepiti per essere condivisi. Per questo alcuni ristoranti hanno iniziato a studiare porzioni individuali di piatti normalmente destinati a più persone. A Chicago, Asador Bastian ha creato The San Miguel, una versione individuale della tradizionale bistecca txuleton basca, proprio per consentire anche a chi cena da solo di ordinare uno dei piatti simbolo del locale.
L’ospitalità passa inoltre dai dettagli. Alcuni ristoranti hanno introdotto piccoli omaggi e attenzioni dedicate ai clienti singoli, dal calice di bollicine al dessert, fino ad amuse-bouche e petits fours. Gesti semplici che possono cambiare radicalmente la percezione della cena e comunicare al cliente che il numero dei commensali non determina il valore dell’esperienza.
Per i ristoratori, il solo dining può rappresentare anche un’opportunità commerciale. Chi frequenta abitualmente un locale da solo può diventare un cliente abituale e fidelizzato, instaurando un rapporto diretto con il personale e trasformandosi nel tempo in un ambasciatore spontaneo del ristorante.
Il tema assume una dimensione particolare nella cucina di Maria Carta, chef cresciuta a Seulo, nel cuore della Sardegna, territorio associato alla cultura della longevità e alla cosiddetta Blue Zone. Per la chef, la possibilità di stare bene con se stessi può essere letta anche attraverso una tradizione nella quale autonomia, semplicità e rapporto con il proprio tempo hanno un valore profondo.
Carta racconta l’esempio di suo zio, fratello del nonno, che ha compiuto 103 anni e continua a vivere da solo a Seulo. Va a fare la spesa autonomamente, prepara la propria minestra, si concede un calice di vino e dedica parte del suo tempo alla lettura. Una quotidianità nella quale la solitudine non viene vissuta come una mancanza, ma come una forma di autonomia.
Il suo rapporto con la casa e con il territorio racconta ulteriormente questa filosofia. Dalla finestra osserva le vecchie vigne e continua a vivere nel paese nel quale è cresciuto, ricevendo occasionalmente l’aiuto della famiglia. Per Maria Carta, questo modo di vivere restituisce valore a un tempo personale che troppo spesso viene sacrificato nella quotidianità.
Intervista a cura di Francesca Figus
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