Intervista a cura di Veronica Fadda
Terzo giorno di guerra in Iran senza segnali concreti di rivolta interna contro il regime della Repubblica Islamica. Nonostante gli appelli lanciati da Donald Trump e da Benjamin Netanyahu alla popolazione iraniana, Teheran resta compatta e non emergono movimenti organizzati contro la guida del Paese. Il conflitto, intanto, si estende su più fronti. Dopo i raid di Hezbollah, Israele ha colpito la periferia sud di Beirut, in Libano, provocando almeno 31 morti e 149 feriti. L’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces, non esclude un’invasione di terra contro il movimento sciita filo-iraniano, aprendo uno scenario di guerra diretta su larga scala lungo il confine nord. Il coordinatore del sito UnioneSarda.it, Enrico Fresu, è intervenuto per commentare la notizia.

Cresce la preoccupazione per la sicurezza del contingente italiano impegnato nella missione UNIFIL, incaricata di vigilare sull’attuazione della Risoluzione 1701 dell’Onu. Nell’area colpita si trova la Brigata Sassari, che guida il contingente nazionale. Il generale Andrea Fraticelli comanda circa 2.800 caschi blu, tra cui mille militari italiani e oltre 500 appartenenti alla Brigata Sassari. La presenza italiana in un’area sempre più instabile espone il contingente a rischi crescenti, soprattutto in caso di un’eventuale offensiva di terra israeliana contro Hezbollah.
Sul fronte iraniano, nessuna apertura diplomatica. Il capo della sicurezza Ali Larijani ha dichiarato che l’Iran «non negozierà» con gli Stati Uniti, accusando Trump di aver trascinato la regione nel caos. Nella notte si sono registrate esplosioni a Gerusalemme, con possibili vittime, e segnalazioni di attacchi anche a Dubai, Abu Dhabi e Doha. Il Bahrein ha confermato una vittima negli attacchi attribuiti all’Iran, segnale di un conflitto ormai regionale.
In un’intervista al New York Times, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’offensiva contro l’Iran “per quattro o cinque settimane se necessario”, sottolineando la disponibilità di ampie scorte di munizioni distribuite in diversi Paesi. Una posizione che allontana, almeno per ora, qualsiasi prospettiva di de-escalation e alimenta il rischio di un conflitto prolungato in Medio Oriente.