Intervista a cura di Massimiliano Rais
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Perché Stati Uniti e Iran sono nemici? Le origini storiche del conflitto Massimiliano Rais, Luca Lecis
L’ostilità tra Stati Uniti e Iran non nasce oggi. È il frutto di una stratificazione storica complessa, fatta di interessi economici, petrolio, Guerra Fredda e scelte geopolitiche che hanno inciso profondamente sugli equilibri del Medio Oriente. A ricostruire le radici di questa rivalità è Luca Lecis, storico dell’Università di Cagliari e docente di Storia contemporanea, nonché editorialista de L’Unione Sarda. Nel suo recente editoriale, Lecis utilizza una metafora efficace: la storia non esplode, cresce come una quercia. Per comprendere l’attuale scontro tra Washington e Teheran, occorre dunque guardare alle radici profonde di un albero cresciuto nel tempo, e non fermarsi agli eventi più noti.

Nell’immaginario occidentale, il punto di rottura tra Stati Uniti e Iran coincide spesso con l’assalto all’ambasciata americana a Teheran nel novembre 1979, dopo la caduta dello Scià e il ritorno dall’esilio parigino dell’ayatollah Khomeini. In realtà, come sottolinea Lecis, il vero germoglio dell’ostilità risale al 1953. In quell’anno, un colpo di Stato orchestrato dalla CIA con il sostegno del governo britannico rovesciò il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq. La sua colpa era stata quella di aver nazionalizzato il petrolio, sottraendo il controllo delle risorse iraniane agli interessi occidentali.
In piena Guerra Fredda, una scelta simile risultava inaccettabile per Washington e Londra. Da quel momento, la percezione iraniana dell’ingerenza occidentale si radica profondamente nella coscienza collettiva del Paese. Il petrolio diventa il nodo centrale della contesa. L’Iran, per la sua posizione geografica strategica tra Est e Ovest e per il controllo di rotte energetiche cruciali come lo Stretto di Hormuz, assume un ruolo chiave nello scacchiere internazionale.
La seconda fase individuata da Lecis si apre con la Rivoluzione islamica del 1979 e la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran. La rottura diplomatica con gli Stati Uniti è netta e culmina con la crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran.
Negli anni Ottanta, lo scontro si trasferisce su un piano indiretto. Durante la guerra Iran-Iraq, Washington appoggia Saddam Hussein per contenere l’espansione dell’influenza iraniana. La logica è ancora una volta legata agli equilibri energetici e alla sicurezza delle rotte petrolifere.
L’Iran, potenza sciita in un mondo musulmano a maggioranza sunnita, consolida nel tempo una rete di alleanze e milizie nell’area mediorientale, dal Libano allo Yemen, passando per Siria e Iraq. Il confronto con gli Stati Uniti diventa strutturale e permanente.
Nei primi anni Duemila, l’Iran viene inserito nell’asse del male dall’amministrazione americana, in una narrazione che rafforza la contrapposizione ideologica e strategica. Oggi, secondo Lecis, assistiamo a una sorta di chiusura del cerchio.
L’attuale fase si caratterizza per un linguaggio politico particolarmente duro e per una politica estera improntata alla forza. Se in passato la diplomazia rappresentava uno spazio di mediazione, oggi sembra ridotta ai margini. La crisi nucleare iraniana si inserisce in questo quadro già teso, alimentando nuove tensioni.
Lecis evidenzia inoltre una contraddizione significativa: l’attuale leadership statunitense si era presentata agli elettori come contraria a nuovi conflitti esterni, puntando su una politica concentrata sui problemi interni. Tuttavia, la retorica e le azioni recenti sembrano rilanciare la tradizionale immagine degli Stati Uniti come “poliziotti del mondo”, con una strategia muscolare che rischia di amplificare le tensioni invece di risolverle.
Capire le origini storiche dell’ostilità tra Stati Uniti e Iran è fondamentale per interpretare gli sviluppi attuali. Non si tratta di un conflitto improvviso, ma di una rivalità cresciuta nel tempo, alimentata da interessi energetici, strategie geopolitiche e narrazioni ideologiche.
Come ricorda Luca Lecis, la storia somiglia a una quercia: anche se si taglia il tronco, le radici restano nel terreno. Ed è proprio in quelle radici – dal colpo di Stato del 1953 alla Rivoluzione del 1979, fino alle tensioni contemporanee – che bisogna cercare le chiavi per comprendere il presente e gli scenari futuri del Medio Oriente.
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