In Sardegna il settore delle rinnovabili è al centro di un crescente dibattito economico e ambientale. Secondo le analisi dell’ingegnere Giovanni Cossu, l’Isola è diventata un territorio strategico per eolico e fotovoltaico, con richieste di connessione che superano di oltre sette volte gli obiettivi regionali fissati per il 2030. A fronte di una quota programmata di 6,2 gigawatt, le domande arrivate a Terna sfiorano i 45 gigawatt complessivi. Un fenomeno che solleva interrogativi sulla reale sostenibilità del modello energetico e sui possibili effetti sulle tariffe pagate dai cittadini. Emanuele Dessì, direttore de L’Unione Sarda, è intervenuto in studio per commentare la notizia.

Lo scenario infrastrutturale evidenzia un sistema di interconnessioni in continua evoluzione. Oggi la Sardegna è collegata alla penisola attraverso i cavi Sapei e SACOI, quest’ultimo in fase di potenziamento, mentre il futuro Tyrrhenian Link promette un aumento significativo della capacità di trasporto energetico. A pieno regime, le infrastrutture potrebbero veicolare fino a 21.000 gigawattora annui, ai quali si somma il fabbisogno interno di circa 8.400. Il risultato è un sistema che potrebbe generare un surplus rilevante di energia potenzialmente esportabile ma non sempre assorbibile.
Il nodo centrale riguarda il meccanismo economico che regola il settore. Una volta autorizzati, gli impianti rinnovabili vengono remunerati sulla base della producibilità dichiarata, indipendentemente dall’effettivo utilizzo dell’energia prodotta. Secondo le stime, il surplus energetico di circa 10.000 gigawattora annui può generare fino a 80 milioni di euro ogni anno. Considerando contratti ventennali, il valore complessivo del business arriva a circa 1,6 miliardi di euro, con costi che vengono in parte trasferiti sulle bollette dei consumatori, alimentando il dibattito su equità e sostenibilità del sistema energetico.
Intervista a cura di Francesca Figus
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