Intervista a cura di Giulio Zasso e Michele Ruffi
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Sardegna, il grande caldo sta cambiando agricoltura e mare Giuseppe Valdes
Il caldo estremo del 2026 sta cambiando la Sardegna, dalle campagne fino al mare. A raccontare le conseguenze dello shock climatico è Marco Noce, giornalista de L’Unione Sarda, che ha approfondito gli effetti delle temperature elevate su agricoltura, allevamento, risorse idriche ed ecosistemi marini.
Dalle piante che crescono sulle vette più alte dell’Isola alle coltivazioni di grano, olivi, castagni, angurie, meloni e pomodori, il quadro evidenzia una situazione complessa. L’agricoltura sarda non sta soltanto affrontando l’emergenza, ma sta iniziando a ripensare produzioni e varietà in funzione di un clima sempre più caldo e meno prevedibile.

Uno dei segnali più evidenti arriva dalle aree montane della Sardegna. Le piante endemiche che crescono alle quote più elevate stanno perdendo il beneficio delle riserve di neve invernali, che in passato garantivano per diverse settimane temperature più fresche e una maggiore disponibilità d’acqua.
Il problema riguarda anche le zone umide attorno ai ruscelli, dove l’aumento dell’evaporazione modifica le condizioni ambientali alle quali le piante erano abituate. Scendendo verso le campagne, le conseguenze interessano invece colture fondamentali per l’economia agricola dell’Isola.
Sono in difficoltà olivi, castagni, noci e noccioli, così come diverse produzioni ortofrutticole. Angurie, meloni, patate e pomodori devono fare i conti con temperature estreme e con una disponibilità idrica che rischia di diventare sempre più determinante.
Secondo Marco Noce, però, le campagne sarde stanno anche cercando di adattarsi. Diverse aziende stanno sperimentando nuove varietà di frutta e verdura più resistenti al caldo e con minori esigenze di acqua.
È una trasformazione che potrebbe diventare strutturale. L’agricoltura della Sardegna, infatti, dovrà probabilmente ripensare parte delle proprie produzioni per affrontare condizioni climatiche che non sembrano destinate a rappresentare soltanto un fenomeno temporaneo.
Sul fronte dell’acqua, il 2026 ha portato almeno una notizia positiva. L’inverno particolarmente piovoso ha consentito di recuperare risorse idriche, dopo una fase nella quale la Sardegna era arrivata all’estate con i bacini fortemente sotto pressione.
Il confronto tra acqua destinata al turismo e acqua necessaria all’agricoltura aveva già rappresentato, negli anni scorsi, uno dei nodi più delicati per l’Isola. Le abbondanti precipitazioni dell’inverno hanno però permesso di migliorare la situazione.
La stima riportata da Noce indica una copertura delle riserve per le prossime due o tre stagioni irrigue, a condizione che non si verifichino sprechi. La gestione della risorsa idrica rappresenta quindi uno degli elementi decisivi per affrontare i prossimi anni.
Un altro capitolo riguarda il grano duro, coltura particolarmente importante per la Sardegna. La ricerca sta lavorando per individuare varietà maggiormente resistenti alle nuove condizioni climatiche. Il rischio è infatti che il cambiamento del clima renda più difficile coltivare il grano duro nell’Isola, aumentando la dipendenza dalle importazioni.
Il tema non è soltanto agricolo, ma riguarda anche la sicurezza degli approvvigionamenti. Una minore produzione locale significa una maggiore esposizione alle dinamiche dei mercati internazionali, in un contesto geopolitico nel quale la disponibilità delle materie prime agricole può diventare strategica.
Il caldo estremo non riguarda soltanto la terra. Anche il mare della Sardegna sta registrando temperature eccezionalmente elevate, con conseguenze sugli ecosistemi e sulle attività economiche legate alla pesca e all’acquacoltura.
A soffrire particolarmente sono cozze e ostriche, mentre per le vongole il problema è differente. Crescendo nei fondali, risultano meno esposte direttamente alle temperature superficiali, ma la loro raccolta, soprattutto nell’area di Santa Gilla, presenta comunque difficoltà legate al caldo estremo.
La raccolta manuale deve essere limitata nelle giornate più calde per tutelare la salute dei lavoratori. Il cambiamento climatico, quindi, coinvolge contemporaneamente ambiente, produzione e lavoro.
Il Mediterraneo viene considerato dagli esperti un vero hotspot del cambiamento climatico, cioè un’area nella quale gli effetti dell’aumento delle temperature possono manifestarsi con particolare intensità. Il mare molto caldo rappresenta inoltre un problema per le specie marine tradizionalmente presenti e può favorire l’arrivo di specie aliene.
Alcune di queste possono avere conseguenze sulla pesca, danneggiando le reti o entrando in competizione con le specie locali. Altre possono rappresentare un rischio anche per le persone. Tra i casi segnalati c’è il pesce balestra, una specie territoriale che può reagire in maniera aggressiva quando viene percepita una minaccia nel proprio territorio.
Sono stati riportati anche episodi di persone morse in mare, anche se l’identificazione della specie responsabile dei singoli casi deve essere verificata. Il quadro più ampio resta comunque quello di un Mediterraneo sempre più caldo, nel quale le condizioni ambientali stanno modificando gli equilibri ai quali la Sardegna è abituata.
Il timore ora riguarda anche l’autunno. Un mare con temperature molto elevate rappresenta infatti una grande quantità di energia che può alimentare fenomeni meteorologici intensi. Lo scenario più delicato si verificherebbe nel caso dell’arrivo di aria fredda in quota sopra un Mediterraneo ancora molto caldo, creando condizioni favorevoli allo sviluppo di fenomeni estremi.
La speranza dei meteorologi è che il raffreddamento delle correnti avvenga gradualmente. Il contrasto tra aria fredda in quota e acqua marina intorno ai 30 gradi potrebbe invece aumentare il rischio di fenomeni particolarmente intensi.