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Suicidi giovanili: segnali di calo negli USA, ma in Italia cresce l’allarme Manuel Cozzolino
Negli Stati Uniti si registra un calo dei suicidi giovanili, ma in Italia i dati restano preoccupanti e spingono gli esperti a rafforzare prevenzione e servizi dedicati. “Noi sappiamo che il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 19 anni”, sottolinea la psichiatra Graziella Boi, evidenziando come il quadro nazionale resti critico. Il confronto internazionale apre interrogativi importanti sulla reale efficacia delle strategie adottate nei diversi Paesi.

Il calo registrato negli USA è legato anche all’introduzione del numero di emergenza psicologica 988, pensato come strumento immediato di supporto e prevenzione. “Il senso è proprio quello di offrire un accesso rapido e diretto all’aiuto”, spiega la psichiatra, riconoscendo il valore di interventi strutturati e facilmente accessibili. Questo modello evidenzia quanto la tempestività dell’assistenza possa influenzare concretamente i dati sui suicidi giovanili.
In Italia, dopo la pandemia, si è registrato un aumento significativo dei suicidi tra i giovani, con una crescita ancora più marcata dei tentativi. “Dopo la pandemia i suicidi sono aumentati, ma i tentativi lo sono ancora di più”, afferma Boi, indicando una fragilità diffusa tra adolescenti e preadolescenti. Il fenomeno appare complesso e richiede un’analisi approfondita dei fattori sociali, psicologici e familiari coinvolti.
L’Italia dispone già di numeri verdi e servizi di ascolto, ma il loro utilizzo non è sufficiente a intercettare precocemente il disagio giovanile. “Abbiamo molti strumenti attivi, ma serve un lavoro diverso per raggiungere davvero i giovani”, evidenzia l’esperta. Il problema non è solo la presenza dei servizi, ma la loro accessibilità e riconoscibilità nella vita quotidiana degli adolescenti.
Secondo gli esperti, la prevenzione deve partire dalle scuole e coinvolgere attivamente educatori e famiglie, spesso lasciate sole nella gestione del disagio. “Dobbiamo stare dentro le scuole e aiutare educatori e famiglie a intercettare i segnali”, sottolinea Boi con forza. La scuola diventa così un presidio fondamentale per individuare precocemente comportamenti a rischio e intervenire tempestivamente.
Tra i principali fattori predisponenti emergono la familiarità con il suicidio e la presenza di disturbi psichici all’interno del contesto familiare. “Ci sono situazioni in cui esiste una vulnerabilità maggiore legata alla storia familiare”, spiega la psichiatra. Comprendere questi elementi è essenziale per costruire strategie preventive mirate e personalizzate.
Il tavolo tecnico nazionale sta lavorando alla creazione di equipe integrate e ambulatori dedicati agli adolescenti con accesso diretto, senza ostacoli burocratici. “L’accesso diretto ai servizi è fondamentale per non scoraggiare i ragazzi”, evidenzia Boi. L’obiettivo è costruire una rete di protezione efficace che unisca competenze e riduca i tempi di intervento.
Le associazioni e il terzo settore rappresentano un supporto fondamentale per raggiungere i giovani in modo capillare, soprattutto a livello locale. “Vogliamo lavorare ancora più capillarmente sul territorio, coinvolgendo le realtà associative”, afferma Boi. La collaborazione tra istituzioni e comunità locali è decisiva per ampliare l’impatto delle politiche di prevenzione.
Intervista a cura di Simona De Francisci – condirettrice del TG di Videolina
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