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Fotovoltaico in Sardegna, lo studio: la soluzione è sui tetti Giuseppe Valdes
Il fotovoltaico in Sardegna potrebbe crescere senza sottrarre nuovo territorio all’agricoltura e al paesaggio. È questo uno degli elementi più interessanti emersi da uno studio realizzato da due ricercatori del CRS4, il Centro regionale di ricerca, e raccontato Alessandra Carta, giornalista de L’Unione Sarda.

Il punto di partenza è il crescente numero di progetti per impianti fotovoltaici ed eolici che interessano l’Isola e il conseguente dibattito sul consumo di suolo. La Sardegna dispone infatti di un patrimonio paesaggistico e agricolo considerato una risorsa preziosa e limitata. Lo studio del CRS4 propone quindi una strada alternativa: utilizzare le superfici già esistenti, a partire dai tetti degli edifici, per produrre energia senza occupare nuove aree agricole.
Secondo i dati illustrati da Alessandra Carta, attraverso l’analisi delle informazioni catastali è stato possibile individuare in tutti i comuni sardi le superfici potenzialmente utilizzabili. Il risultato indica circa 90 chilometri quadrati di superfici disponibili per l’installazione di pannelli fotovoltaici, con una produzione potenziale stimata in 22 TWh all’anno.
La principale novità dello studio è rappresentata dal concetto di consumo zero di territorio. Invece di utilizzare terreni agricoli o aree naturali per realizzare nuovi impianti, il modello ipotizzato dal CRS4 punta sulle superfici già occupate dagli edifici.
Si tratta dei tetti delle abitazioni, degli edifici industriali e artigianali, ma anche di altre strutture già presenti sul territorio. In questo modo sarebbe possibile incrementare la produzione di energia rinnovabile senza sottrarre nuovi ettari alle campagne e senza trasformare aree agricole in superfici destinate alla produzione energetica.
I numeri riportati nell’intervista mostrano la portata del potenziale. La Sardegna consuma circa 7,8 TWh di energia all’anno, mentre le superfici individuate dallo studio potrebbero arrivare a una produzione potenziale di circa 22 TWh. Secondo il ragionamento illustrato da Alessandra Carta, sarebbe quindi sufficiente utilizzare circa un terzo delle superfici disponibili per coprire il fabbisogno energetico dell’Isola.
Il tema diventa particolarmente rilevante nel momento in cui la Sardegna deve confrontarsi con numerosi progetti di impianti energetici. L’utilizzo delle superfici già urbanizzate potrebbe rappresentare una modalità per coniugare transizione energetica e tutela del territorio, evitando che la produzione di energia rinnovabile comporti necessariamente nuovo consumo di suolo.
Il tema del consumo del territorio in Sardegna è tornato con forza al centro del dibattito anche a causa dell’elevato numero di progetti energetici presentati nell’Isola. Nel corso dell’intervista viene citato il dato di 706 progetti di allaccio, indicato come uno dei segnali della dimensione del fenomeno.
In diversi comuni sardi sono nate iniziative e mobilitazioni per chiedere maggiore attenzione alla tutela del paesaggio. Tra gli esempi citati c’è Villanovatulo, dove è prevista una manifestazione legata al progetto di un impianto eolico da oltre 66 MW. Il caso rappresenta uno dei tanti fronti sui quali amministrazioni locali e cittadini stanno discutendo dell’impatto dei nuovi impianti.
Un ruolo importante viene riconosciuto anche ai comitati e ai cittadini che presentano osservazioni sui progetti. Nel caso di Villanovatulo, l’obiettivo della mobilitazione è lavorare collettivamente alla presentazione delle osservazioni relative al progetto, dopo la riapertura dei termini da parte del Ministero dell’Ambiente.
Il confronto non riguarda naturalmente la necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, ma le modalità con cui realizzare la transizione energetica. Da una parte ci sono gli obiettivi legati alla produzione di energia pulita, dall’altra la necessità di proteggere un territorio nel quale agricoltura, paesaggio e ambiente rappresentano risorse strategiche.
In questo scenario, la possibilità di utilizzare superfici già costruite assume un’importanza particolare. Secondo i dati illustrati nell’intervista, infatti, una parte significativa della nuova capacità fotovoltaica potrebbe essere collocata senza trasformare terreni agricoli in aree dedicate alla produzione energetica.
Un ulteriore elemento emerso durante la conversazione riguarda il rapporto tra fotovoltaico e infrastrutture esistenti. Tra le ipotesi citate c’è anche quella di utilizzare alcune aree già compromesse o infrastrutturali, come gli spazi adiacenti alla Statale 131, per ospitare pannelli fotovoltaici.
L’idea è quella di affiancare gli impianti alla carreggiata, utilizzando spazi già interessati dalla presenza dell’infrastruttura e riducendo così la necessità di individuare nuove aree agricole o naturali. Una soluzione che potrebbe anche trasformare la presenza dei pannelli lungo la principale arteria stradale dell’Isola in una caratteristica riconoscibile del paesaggio infrastrutturale sardo.
Il confronto si inserisce in un dibattito più ampio sulla pianificazione energetica della Sardegna. Nel corso dell’intervista viene ricordato anche il dato dei 6,2 GW assegnati alla Sardegna nell’ambito della ripartizione nazionale prevista dal decreto Pichetto Fratin. Se una parte significativa di questa capacità venisse realizzata attraverso il fotovoltaico a terra, la superficie necessaria diventerebbe un tema centrale per il territorio.
Secondo i calcoli illustrati da Alessandra Carta, per installare circa 6,2 GW attraverso impianti fotovoltaici a terra sarebbero necessari poco meno di 90 chilometri quadrati di superficie. Si tratterebbe quindi di un’estensione importante, che potrebbe incidere sulle aree agricole disponibili e sullo sviluppo del settore primario.
Lo studio del CRS4 porta invece al centro del dibattito una domanda precisa: quanto della transizione energetica può essere realizzato sfruttando ciò che è già costruito? Tetti, edifici, parcheggi e infrastrutture rappresentano superfici che potrebbero contribuire alla produzione di energia senza richiedere necessariamente nuove trasformazioni del territorio.