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Giustizia, non ideologia – di Antonello Menne Radiolina
La vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per aver ucciso due rapinatori, riporta ancora una volta al centro del dibattito pubblico il tema della giustizia. Al di là dell’esito processuale, colpisce il consenso di cui egli continua a godere: non soltanto una diffusa solidarietà emotiva, ma anche raccolte di fondi e perfino richieste di grazia avanzate prima ancora del suo ingresso in carcere.

Dietro questo sostegno si coglie un sentimento ormai radicato: la crescente sfiducia nella giustizia esercitata dai giudici. E quindi la convinzione che chi subisce un torto sia moralmente legittimato a reagire con ogni mezzo. È una questione troppo importante per essere ridotta a uno slogan o utilizzata come terreno di scontro politico.
La prima domanda è semplice: chi è il titolare della giustizia? Da secoli il diritto offre la stessa risposta. Il principio romanistico nemo iudex in causa sua – nessuno può essere giudice della propria causa – è uno dei pilastri dello Stato di diritto. Chi subisce un’ingiustizia non può essere chiamato a giudicare il proprio caso, perché la funzione di giudicare richiede terzietà e indipendenza.
Già Aristotele sosteneva che il giudice doveva essere un «medio», colui che nel diritto moderno è inteso come «terzo», chiamato a ricomporre l’equilibrio spezzato dall’ingiustizia. La decisione è legittima proprio perché proviene da un soggetto estraneo agli interessi delle parti, tenuto ad applicare la legge e non le emozioni.
In una democrazia, la giustizia non appartiene alla vittima né all’imputato. Appartiene allo Stato, che la esercita attraverso giudici indipendenti.
La seconda domanda riguarda il fine della giustizia. È naturale che chi subisce un torto desideri riparazione. Ma la giustizia non coincide con la sola soddisfazione della vittima. Il suo compito è accertare i fatti, stabilire le responsabilità e applicare il diritto nel rispetto delle garanzie previste per tutti.
Per questo il processo tutela contemporaneamente la persona offesa e chi è accusato. Nessuno può essere dichiarato responsabile senza un procedimento fondato sul contraddittorio, sul diritto di difesa e sulla decisione di un giudice imparziale. La giurisdizione, infatti, non protegge soltanto interessi individuali, ma anche un interesse collettivo.
Da qui nasce la terza domanda: perché è vietato farsi giustizia da sé? Anzitutto perché affidare la decisione a un giudice terzo riduce il rischio di errori, abusi e reazioni sproporzionate. Inoltre, se ciascuno fosse libero di reagire secondo la propria idea di giustizia, ogni violenza potrebbe generarne un’altra, alimentando una spirale senza fine di vendette e ritorsioni.
Vi è poi un’altra ragione fondamentale: chi si ritiene titolare di un diritto non necessariamente lo è. L’autotutela privata trasforma il singolo, nello stesso momento, in parte, giudice ed esecutore della propria decisione, eliminando ogni garanzia per l’altro soggetto coinvolto.
Infine, verrebbe meno la certezza del diritto. Le controversie non sarebbero più risolte secondo regole comuni, ma in base alla forza, alle risorse economiche o alla determinazione dei singoli. Prevarrebbe la legge del più forte.
Naturalmente l’ordinamento conosce alcune eccezioni. La legittima difesa e lo stato di necessità consentono di reagire quando l’intervento dello Stato è impossibile o non tempestivo. Allo stesso modo, il diritto civile prevede limitate forme di autotutela, come l’eccezione di inadempimento o il diritto di ritenzione. Ma si tratta di ipotesi eccezionali, rigorosamente disciplinate dalla legge, che non autorizzano il cittadino a sostituirsi al giudice.
Per questo la vicenda Roggero dovrebbe indurre tutti, soprattutto la politica, a una maggiore prudenza. Trasformare un caso giudiziario in una bandiera ideologica non rende un buon servizio né al condannato né alla giustizia.
Antonello Menne
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