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Il tormentone delle accise – di Alberto Mingardi Radiolina
A marzo il governo ha tagliato le accise sulla benzina. La motivazione era l’aumento del prezzo del petrolio legato alla crisi con l’Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz. Negli scorsi mesi abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio quei luoghi dei quali, prima, la maggior parte di noi sapeva poco o nulla.

Lo stretto di Hormuz collega il golfo Persico al golfo dell’Oman: di lì passa all’incirca un quinto del petrolio consumato nel mondo. Abbiamo imparato anche che si tratta di greggio diretto in larga parte verso Est, Cina e India in testa. Ma questo non basta a proteggerci dagli effetti della crisi: il prezzo del petrolio è un prezzo globale, e un barile che non arriva a Shanghai fa salire il prezzo anche a Genova.
L’opinione pubblica pretende dai governanti azioni rapide e risolutive. Il guaio è che non sempre vale la pena di fare qualcosa subito, e in modo eclatante. Il governo italiano ha agito troppo in fretta, e con lo strumento sbagliato. Troppo in fretta, perché nessuno poteva sapere quanto sarebbe durata la crisi né quanta parte dell’aumento fosse destinata a riassorbirsi da sé.
Gli interventi sulle accise fra marzo e luglio sono costati circa un miliardo e mezzo di euro, che l’esecutivo ha dovuto coprire con tagli orizzontali e altre misure, fra cui, in parte, il ricorso alle accise mobili, cui si ritorna ora.
Con lo strumento sbagliato, perché la reazione naturale a una riduzione dell’offerta di un bene è cambiare il modo in cui lo si utilizza. Vale anche per il petrolio, forse soprattutto per il petrolio, che è dappertutto nelle nostre produzioni: non ci sono solo i trasporti privati – il prezzo alla pompa, al quale siamo tutti sensibilissimi – ma i trasporti commerciali e gli infiniti impieghi industriali.
Se di petrolio ne abbiamo meno di quanto ci aspettassimo, l’unica cosa sensata da fare è adattare i consumi, privilegiando alcuni utilizzi a spese di altri. Il rialzo del prezzo serve esattamente a questo: chi ha un’alternativa smette di pagare il prezzo più alto e va a cercarsi un surrogato. Tenere artificialmente basso il prezzo significa spegnere quel segnale proprio nel momento in cui serve di più.
Resta il fatto che il rincaro colpisce in modo diseguale. Molte delle persone che vanno al lavoro in automobile, perché il posto di lavoro è lontano da casa, hanno redditi bassi. Ma questo è un problema di reddito e si affronta, appunto, sostenendo il reddito. È la strada cui il governo ha guardato con l’ipotesi di un bonus carburante per i nuclei familiari sotto la soglia ISEE di 15 mila euro.
Lo sconto sulle accise, intanto, è scaduto il 3 luglio, e il governo aveva deciso di non prorogarlo: a giugno, dopo l’accordo fra Stati Uniti e Iran, il prezzo del petrolio era sceso. Poi gli attacchi sono ripresi e il 23 luglio il Brent ha superato i cento dollari al barile per la prima volta da maggio.
Il nuovo intervento fa perno sulle cosiddette accise mobili: quando il prezzo dei carburanti sale, lo Stato riduce l’accisa fissa per compensare, usando come copertura il maggior gettito IVA generato dallo stesso rialzo. Rispetto ai provvedimenti di marzo, il vantaggio starebbe nel costo inferiore per il bilancio.
Il meccanismo, previsto da una legge del 2007, richiede ogni volta un decreto interministeriale, e guarda all’indietro, perché scatta solo dopo che il rincaro si è consolidato nella media bimestrale e l’IVA in più è stata materialmente incassata.
Qualcuno fa notare che le accise non sono, in prospettiva storica, particolarmente alte. Altri sperano che questa crisi dia la spinta decisiva alla transizione ecologica.
Forse le lezioni da apprendere sono altre. La prima: il petrolio è talmente importante nelle nostre economie che non ce ne libereremo presto. Non facciamo finta che appartenga al passato, e improntiamo le nostre politiche di conseguenza.
La seconda: le fragilità della globalizzazione non sono «intrinseche», come spesso si dice. Poter contare sul greggio del golfo Persico è un vantaggio per il mondo, non un problema. Il problema sono le alzate di testa dei governi – Trump ne è un campione, ma la tentazione è generale, e l’opinione pubblica la premia quasi sempre, trascurando le conseguenze economiche come se fossero un dettaglio. Esattamente come ci sembrava un dettaglio, fino a pochi mesi fa, la chiusura dello stretto di Hormuz.
Alberto Mingardi
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