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La longevità come risorsa – di Mariano Porcu Giuseppe Valdes
Quando si discute di invecchiamento, il dibattito pubblico ruota quasi sempre intorno ai numeri: quanti anziani avremo, quanti lavoratori mancheranno, quale sarà il rapporto tra la popolazione attiva e i pensionati. Il modo più diffuso di misurare l’invecchiamento di una popolazione, vale a dire contando quante persone hanno superato i 65 anni, è anche il più semplicistico: un criterio ereditato dal passato, che oggi racconta solo una parte della realtà.

Oggi, nelle economie avanzate la ricchezza dipende sempre meno dal numero di persone. Dipende invece sempre più da ciò che esse sanno fare. Con l’espressione capitale umano si indica l’insieme delle conoscenze, delle competenze, dell’esperienza e della capacità di continuare ad apprendere che consente a una persona di contribuire, in modi diversi e in diverse fasi della vita, al benessere economico e sociale della collettività.
È una ricchezza invisibile che nel nostro tempo rappresenta il principale motore della crescita. Perciò la domanda che dovremmo farci è: di quale capitale umano disporrà la nostra popolazione nei prossimi decenni?
Se guardiamo le cose da questa prospettiva, l’invecchiamento assume una luce diversa. Una popolazione più anziana non è necessariamente più povera di capitale umano. Se, infatti, questo patrimonio si accumula nel corso della vita, una società più longeva dispone, almeno potenzialmente, di uno stock di conoscenze, competenze ed esperienza progressivamente più ampio rispetto al passato.
Il problema non è tanto accumularlo, quanto creare le condizioni perché continui a essere valorizzato dalla società. L’Italia è spesso descritta come uno dei Paesi più vecchi del mondo: metà della popolazione italiana ha superato i 49 anni, oltre 4 anni in più rispetto alla media dei Paesi dell’Unione Europea (44,9).
Tuttavia, le generazioni che oggi raggiungono i sessanta e i settant’anni sono mediamente più istruite e più sane di qualunque generazione che le abbia precedute. Sono aumentati il livello di istruzione, le competenze e l’aspettativa di vita, e sono migliorate le condizioni di salute, la capacità funzionale e l’accesso alle tecnologie.
In Italia, chi ha compiuto 65 anni nel 2025 può aspettarsi di vivere ancora, in media, altri 21,4 anni. Molte persone continuano a lavorare, mettendo le proprie competenze ed esperienze al servizio di imprese, professioni e nuove generazioni, altre svolgono attività di volontariato, trasmettono il proprio sapere, sostengono le reti familiari occupandosi dei nipoti e dei grandi anziani e partecipano alla vita civica delle comunità.
Il capitale umano non si conserva automaticamente. In un’economia caratterizzata da rapidi cambiamenti tecnologici, le competenze e le conoscenze rischiano di diventare obsolete. Se la vita si allunga di venti o più anni rispetto alle generazioni precedenti, diventa irragionevole immaginare che questo patrimonio si costruisca soltanto nella prima parte dell’esistenza.
Per valorizzarlo lungo tutto l’arco della vita occorrono investimenti continui nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze, ma anche nella prevenzione, perché il capitale umano può continuare a generare valore solo se le persone conservano buone condizioni di salute.
L’invecchiamento attivo non è, quindi, soltanto una politica sociale, ma anche una strategia di investimento nel capitale umano del Paese. Questo non significa negare le sfide poste dall’invecchiamento, ma evitare un errore di prospettiva: identificare l’età con la perdita di valore economico e sociale.
Forse dovremmo abituarci a considerare la longevità non solo come una sfida per i sistemi pensionistico e sanitario, ma anche come un’opportunità per accrescere e valorizzare il capitale umano di cui una società dispone.
Mariano Porcu – Università di Cagliari
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